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La quadratura del cerchio

Testo di Roberta De Monticelli ©
sui saggi di Gianfranco Draghi su Simone Weil
e Leon Battista Alberti

scritto inedito

Forse Simone Weil non aveva una grande opinione della cultura e della civiltà dell’Umanesimo. Se almeno dobbiamo credere agli accenni che troviamo nello splendido saggio sull’ispirazione occitanica, che Domenico Canciani interpreta nel suo ultimo contributo ai Cahiers Simone Weil:
“L’esprit de la civilisation romane et occitanienne est réapparu quelque temps après dans la soi-disant Renaissance, mais appauvri de l’élément surnaturel qui en était la source et le couronnement. Cet esprit s’est dégradé dans l’humanisme, qui, il est vrai, a reconnu que "la vérité, la beauté, la liberté, l’égalité sont d’un prix infini, mais [a eu tort] de croire que l’homme peut se les procurer sans la grâce". Comment espérer redonner vie à un tel miracle, en reproduire les conditions?”
E’ vero: la lucidissima pietà che soffia attraverso tutte le pagine di Simone Weil, fatta di cataro amore della trascendenza e di compassione dei vinti, riserva parole di compianto per la mistica, cortese e sconfitta civiltà occitanica, e un sospiro di biasimo per il sogno di potenza, e di auto-divinizzazione che si leva in cuore all’Uomo Vitruviano (o Leonardesco), inscritto in un cerchio e insieme in un quadrato, in un modo che evoca – e secondo recenti studi suggerisce – una soluzione in infiniti passi all’“insolubile” quadratura del cerchio.
Non è allora una specie di quadratura del cerchio anche questa, una sorta di hybris del ridurre ad uno cose che distano fra loro infiniti passi, ripubblicare insieme questi saggi di Gianfranco Draghi su Simone Weil e su Leon Battista Alberti? Vediamo, anzitutto, di quali saggi si tratta.
Ragioni di una forza in Simone Weil, uscito nel 1958, comprende due testi che risalgono ai primi anni Cinquanta e un’Appendice scritta probabilmente poco prima della pubblicazione. Il primo, che dà il titolo al libretto, fu composto nel ‘52 e si tende in quattro brevi capitoli lungo tutto l’arco morale e metafisico della riflessione weiliana, dall’esperienza rivoluzionaria, “dall’anarchia e dal comunismo, dall’ateismo, se così si può intendere” degli anni ’30 alla grande avventura interiore che le farà attraversare, fra il ’38 e il ’42, le regioni infuocate dell’amor di Dio, nelle sue forme esplicite e implicite, nei documenti della spiritualità greca, cristiana, orientale, nell’esame puntiglioso della propria posizione di attesa sulla soglia – e non oltre la soglia - della Chiesa cattolica. Il secondo saggio – Radicamento come libertà – Autogoverno come federalismo, più o meno coevo, si basa soprattutto su L’enracinement (Gallimard 1949) e La condition ouvrière (Gallimard 1951), tradotte in quegli stessi anni dalle Edizioni Comunità. L’Appendice, infine, scritta nel 1957, Necessità di strutture e possibilità di trasformazioni, costituisce una ripresa dei temi precedenti alla luce degli scritti weiliani successivamente usciti: lo scritto del ’36, che costituisce fra l’altro una presa di distanza critica dalle teorie di Marx, Reflexions sur les causes de la liberté et de l’oppression sociale (Gallimard 1955, Comunità 1957) e i Cahiers*.
Sono, questi, fra i primissimi scritti dedicati in Italia al pensiero di Simone Weil, le cui opere, oltre che per le Edizioni di Comunità, vedevano la luce nelle prime traduzioni italiane ad opera di Cristina Campo, Margherita Pieracci, Anna Maria Chiavacci Leonardi, mentre appunto Cristina Campo costruiva sul pensiero della Weil la sua etica e poetica dell’attenzione, Margherita Pieracci Harwell ne traeva ispirazione per un’opera saggistica e critica capace come nessun altra di mostrare tutte le potenzialità della riflessione weiliana sulla Bellezza – e sulla profonda, salvifica radice in cui il sentimento di essa è unito a quello della realtà, della necessità, della finitudine, della sventura. Come scrisse, citata da M. P. Harwell in un recente saggio, A.M.Ortese, che con intuizione altrettanto weiliana vide nel compito di “risvegliare la bellezza e la pietà dell’uomo” il solo veramente necessario e veramente indispensabile ruolo degli scrittori.
La lettura di Draghi rappresenta invece il lato filosofico-politico (e a partire dalla preoccupazione eminemente pratica del bene anche filosofico-morale) della prima recezione del pensiero weiliano in Italia. Draghi stesso lo sottolineava in una lucida nota al volumetto del 1958 che, pur comprendendo un esame generale e riassuntivo di tutta l’opera uscita fino al ’57, costituisce soprattutto “un tentativo di chiarire alcune linee del pensiero politico della Weil”.
Draghi notava del resto, in conclusione di quel libretto, come il pensiero di Simone Weil si innestasse “nella linea più nuova del pensiero politico moderno” – e citava appunto, per suffragare questa osservazione – beati tempi – “le varie pubblicazioni di Adriano Olivetti, presso Comunità”. Citava poi gli scritti di Denis de Rougemont, la filosofia federalista di Alexandre Marc, Civilisation en sursis, e fra le cose già tradotte da Comunità, La cultura delle città di Lewis Mumford, Il mondo del silenzio di Max Picard, Regno dello spirito e regno di Cesare, di Berdiaev; e poi ancora The perennial philosophy di Aldous Huxley, e infine i Manifesti e le Antologie del federalismo di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi. Nello stesso spirito menzionava infine “l’ideale congiunzione con Danilo Dolci” e “l’influenza della Weil [su] un uomo come Ignazio Silone”.
Draghi non lo dice forse esplicitamente, eppure tutti questi saggi vertono in fondo su una “nuova figura della santità” – dove la parola da sottolineare è nuova: un po’ come quella recentemente tratteggiata, appunto, intorno alla figura di Olivetti in un notevole saggio di Giulio Sapelli, Santità di Olivetti, che è tutto un commento a questa citazione da Simone Weil – il lettore ci perdonerà di riprodurla quasi per intero, dato che costituisce un esempio della “modernità” del pensiero weiliano e forse anche un tramite all’attualità di questi saggi di Draghi:
“Oggi non è sufficiente essere santi; è necessaria la santità che il nostro presente esige, una santità nuova, anch’essa senza precedenti…Un nuovo tipo di santità è qualcosa che scaturisce d’improvviso, un’invenzione… E’ quasi del tutto analogo a una nuova rivelazione dell’universo e del destino umano. Significa mettere a nudo una larga poirzione di verità e di bellezza sino ad ora nascosta sotto uno spesso strato di polvere. Esige più genio di quanto sia occorso ad Archimede per inventare la meccanica e la fisica: una santità nuova è un’invenzione più prodigiosa” .
Accanto a quello citato di G. Sapelli, non c’è ancora oggi miglior commento a questo passo che l’intera riflessione di Draghi su Simone Weil. Un solo piccolo estratto varrà meglio di qualunque ulteriore commento a introdurvi il lettore:
“… non bisogna prendere la Weil per un’utopista: dobbiamo pensare allo scopo per il quale sono nati molti di questi scritti, come per esempio l’ Enracinement, come progetto per una riforma della Francia… Quegli scritti weiliani mentre trovano inaspettata conferma dalle scoperte e ricerche dell’ingegneria moderna, dalla più attuale scienza sociale, dalle public relations, o dallo stesso sviluppo nei paesi più avanzati, da tutto il movimento urbanistico moderno, conservano poi la validità dei concetti e dei principi a base di tale meditazione: quella che sarebbe in Europa una rivoluzione, cioè… la fine del potere assoluto degli organi politici, il subentrarvi di una struttura statale articolata e differenziata: ed ecco perché effettivamente, come ha scritto Berdiaev in Regno dello spirito e regno di Cesare, il federalismo in Europa è una vera rivoluzione di modo di vivere e di giudizio politico e morale”.

E Leon Battista Alberti? Come quadrano con la “santità nuova” l’incertezza e il coraggio – queste qualità che il titolo di un saggio mette in rilievo – del grande artista - filosofo, figura universale dell’Umanesimo italiano e fiorentino?
I testi sull’Alberti costituiscono forse la prima opera di respiro di Draghi – la tesi con cui si laureò nel 1948 con Eugenio Garin – di cui vengono qui riprodotte le parti comparse in seguito su “Studi Urbinati” nel 1953 (Note per una lettura dell’Alberti) e su “Letterature Moderne” nel 1962 (Incertezza e coraggio in Leon Battista Alberti).
Un suggerimento ce lo dà Draghi stesso, ancora una volta, in un testo del 1990, qui ripreso: “Il tema dell’incertezza e del coraggio è tema proprio di oggi…L’amore per la bellezza è comune ad ambedue, sia all’architetto, che alla mistica ; e la bellezza come vicinanza umana e oggetti godibili ed emanazioni del cosmo: e il vibrare dei rapporti umani, l’edificare, l’abitare, l’autogoverno di sé come entità sensibili nel mondo delle cose. Il valore d’esserci e trasformare nel movimento del cosmo finito-infinito”.
Certo la scoperta, per il lettore non specialista, sulle prime è un’altra.
“Uno spirito inquieto e instabile, e spesso cupo e senza più speranza; perch’egli aveva accanto al ricercatore d’amore per le cose vivo e pungente, amaro il senso del finir della vita […] …quel tono nuovo di dolore e sembianza, e la sua sottesa meditazione, l’estroso dolore…”
Una scoperta: un semplice ammiratore, come chi scrive, delle architetture che di lui restano – e specie di quelle note a tutto il mondo, non se lo sarebbe immaginato così l’uomo. Come trovare traccia di quel tormento o di quella malinconia guardandole? Guardando il Palazzo Rucellai (1455) di via della Vigna a Firenze (oggi sede del Museo Alinari), la cui facciata è una pura struttura geometrica scandita da lesene e ornamenti dorici, ionici e corinzi; o la facciata superiore di Santa Maria Novella (1470), che l’Alberti rivestì di marmi come il portale maggiore, coronando il tutto con un timpano triangolare all'antica, con ai lati quelle due volute intarsiate che restano nella memoria come ali, ma servono a nascondere gli spioventi dei tetti delle navate laterali; e poi l'elegantissimo Tempietto del Santo Sepolcro (1467) nella Cappella Rucellai accanto a San Pancrazio (oggi sede del Museo Marino Marini), eretto con le proporzioni del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ma soprattutto il Tempio Malatestiano di Rimini (1450), vero manifesto del classicismo rinascimentale (eppure, nel rispetto di una preesistente chiesa gotica); infine, a Mantova, le chiese di San Sebastiano (1460) e di Sant'Andrea (1470), che anticipa, è vero, schemi tipici delle chiese della Controriforma…
E forse questo fondo instabile, inquieto, perfino malinconico neppure gli altri se lo immaginavano, gli storici e i teorici del capitalismo, i Max Weber, i Werner Sombart, i Lujo Brentano, i Max Scheler che hanno disputato se nella “Masserizia” albertiana (cioè nei quattro Libri della Famiglia, il suo capolavoro in volgare, scritto fra il 1433 e il 1441) possa essere in nuce una versione non protestante dello spirito del capitalismo.
Non protestante certo, ma cattolica….si potrà poi dire?
“Egli che ha sempre trattato Dio con molta deferenza e sempre quando ha affrontato il problema direttamente non ha neppure posto in dubbio l’esistenza di Dio, in realtà parrebbe che nel tratteggiare la sua regola di vita, non abbia fatto gran conto né di un mondo dei fini, né di una giustizia divina […]. L’incertezza sua è la sua stessa salvezza e la sua stessa religione…” .
E il coraggio? Vera virtù civile, da Repubblica platonica, questa che anima – a leggere le pagine di Draghi – le pagine sul governo: il governo di sé (Iciarchia), della famiglia, dello Stato, che non è possibile senza amor di bene – fondamento ultimo e solo delle leggi. Ma questo amor di bene appare un po’, da queste pagine, come una forma applicata, pratica, dell’amore del bello, della proporzione fra il tutto e le parti, della misura e dell’organicità che fondano l’architettura. In modo che il reggitore di uomini quasi appare come un architettore di società. Come, del resto, l’architetto non può veramente progredire nell’arte sua, che è “accomodare benissimo allo uso degli uomini” le cose, senza essere, scrive Draghi, “accorto di ogni piccola esigenza: buon capitano, buon scrutatore di cuori, di vallate, di ricchezze, di famiglie, di pietre, di città, di stati, abilissimo nel disporre tecnicamente, soavissimo nel giudicare i rapporti fra padroni e servi, tra moglie e marito”.
La radice albertiana dell’amore per la bellezza, nota Draghi, è quello stesso amore per le cose umane che si esprime nella nozione di masserizia: “è quasi …il desiderio, la volontà di ricordarle, di renderle eterne, per quel che vale la nostra misera volontà mortale”.
Ecco quindi ricondotte alla loro radice “pratica” - etica, veramente – l’Arte e la Filosofia del grande umanista. Come nella santità weiliana Draghi coglie l’elemento della modernità e del progetto di un’economia e di una politica capaci di ovviare allo sradicamento contemporaneo e di rendere all’uomo la dignità e il gusto della sua condizione finita (della sua abitazione, del suo lavoro, della sua ricerca, della sua Città), così nell’universalità del genio rinascimentale egli coglie la radice etico-pratica: e in essa individua la “santità” - altrimenti poco perspicua – della “santa masserizia”.

E’ abbastanza per la quadratura del cerchio che si cercava? La risposta vera spetta al lettore, anche se ce ne è una già evidente, che il lettore potrà approfondire solo prendendo miglior conoscenza dell’opera assi varia – e vasta – di Gianfranco Draghi (cf. Cronologia bio-bibliografica). Il centro di questo cerchio altri non è che l’autore di questi saggi, che – certo sorridendo – avrà riconosciuto nel multiverso genio di Leon Battista “maggior impronta” di uno spirito che non solo è del tipo del suo proprio, ma di un tipo che la filosofia di Draghi vorrebbe vivibile, accessibile, praticabile a ogni uomo. Ognuno, sia pur in minima misura, in misura però personale e artigianale, può essere “architettore” di sé stesso, delle cose e della Città. Ci sembra che Draghi sottolinei ovunque, allora, il solido quadrato della finitudine più che il cerchio della perfezione – la misura di artigianato, anche, della Bellezza e del Bene possibili.
E in questo ci sembrano veramente luminose queste parole sue, tratte dal primo saggio weiliano, e ricordiamo che a parlare è un ragazzo di ventott’anni:
“Come il lavoro così lo studio deve essere gioia, non obbligo o costrizione, ma ricerca, e soprattutto è poi il lavoro manuale che deve essere riamato, che mette in raporto con le forze della natura, e che deve ritornare ad essere il centro della vita dell’uomo. Le stagioni, il ritmo della vita devon ritornare a inquadrarlo, le leggi di radicamento che l’uomo ha rotto, il luogo, la città, i paesi, gli amici, gli strumenti pratici o spirituali che usa, collegati coi veri bisogni umani, che sono essi le radici reali di quell’obbligazione eterna”.

Roberta De Monticelli







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Secondo la propria degnità

la presentazione di
Arturo Colombo ©
al volume di Gianfranco Draghi
"Secondo la propria degnità"

1958: è un anno importante, per molti aspetti. Per esempio, nell’Unione Sovietica (di allora) Chrusciov comincia la sua ascesa; a Roma viene eletto Papa Giovanni XXIII; in Francia nasce la quinta Repubblica con De Gaulle presidente. E anche in campo culturale spiccano alcune “novità”, destinate a durare nel tempo: esce postumo “Il Gattopardo”, il famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa; Ildebrando Pizzetti mette in musica “L’assassinio nella cattedrale” di Eliot; sugli schermi appare Jacques Tati a interpretare “Mon oncle”; e, non solo nel mondo della musica leggera, furoreggia “Nel blu, dipinto di blu” con Domenico Modugno.
Ebbene, in quello stesso 1958 presso un piccolo editore di Caltanissetta – Sciascia, per l’esattezza – Gianfranco Draghi dà alle stampe il saggio, intitolato “Ragioni di una forza in Simone Weil”, che adesso viene qui riproposto da parte del Raccolto Edizioni, di cui è stato fondatore e animatore Daniele Oppi. E l’attuale iniziativa editoriale mi pare molto importante, per una serie di motivi. Anzitutto, perché queste pagine rappresentano un “momento” di grande rilievo nella biografia intellettuale del suo autore.
Infatti Draghi, classe 1924, il primo, simbolico “incontro” con quella che chiamerà la sua “sorella maggiore Simone Weil”, l’aveva avuto nel lontano 1952, quando – diciamolo francamente – erano in pochissimi a conoscere, a studiare e a far conoscere, la singolare, complessa personalità di questa donna, davvero straordinaria, che aveva chiuso la sua breve e tormentata esistenza nel ‘43, quando aveva appena trentaquattro anni di età. Non solo: ma una parte non indifferente dei suoi scritti – a cominciare dai “Quaderni” – neppure si conosceva.
Tuttavia, unendo il rigore dello studioso con la passione dell’intellettuale-letterato, Draghi – che si era già fatto una certa notorietà con fiabe e racconti (oltre al lavoro su Leon Battista Alberti, che risale al ‘49) – ha avuto il meritorio coraggio di cimentarsi con quanto aveva fatto e scritto la Weil. E a distanza di sei anni (dopo essersi misurato anche con le pagine “Sul mito d’Europa”, apparse nel ‘53) Draghi dà alla stampe non solo i primi risultati di questa sua personalissima ricerca, ma vi aggiunge altre pagine scritte nel 1957, che valgono quasi come fertile complemento, se non come definitivo completamento di questo suo lungo, e prezioso, “colloquio” con la Weil.
Fin dalle prime righe, ci si accorge che Draghi ha un’anima, o almeno una forte sensibilità di artista: testimoniata, del resto, dai legami che lui stesso ha saputo coltivare, e mantenere nel corso degli anni, con altri esponenti dell’intelligentsia del ‘900, a cominciare da Cristina Campo, che ancor oggi non esita a riconoscere come un riferimento non secondario delle sue riflessioni. E così il saggio – qui riproposto – non va letto come un contributo di tipo “accademico”, ma piuttosto come un’originale testimonianza, vibrante di forte, commosso, idem sentire, che anche Gabriel Marcel e Albert Camus confessavano di condividere.
Si avverte che Draghi non solo ha letto, ma ha saputo assimilare, quasi “rivivere” più d’uno dei temi-chiave, che spiccano nelle pagine di quell’anima di fuoco, che certamente è stata la Weil. Ecco così le molteplici tessere, che aiutano a comporre il singolare mosaico delle tesi, da lei via via sostenute con un’intransigenza spesso pari al candore. Infatti Draghi ci ricorda lo spirito di ribellione della giovane Simone e nel contempo la sua sofferta consapevolezza di “essere niente rispetto a Dio”; la denuncia delle tante, troppe crudeltà, di cui è pieno il mondo, e insieme il gusto della vita e la passione per quel tipo di politica – spiega bene Draghi – che per la Weil “deve essere moralità assoluta”.
E ancora, ecco alcuni altri punti-chiave: il richiamo costante, quasi pressante, nei confronti dell’ebraismo, mai disgiunto però dal fascino verso la figura del Cristo; oppure la consapevolezza – sofferta anche a causa dell’esperienza, spesso devastante, vissuta in fabbrica – che il lavoro e lo studio costituiscono momenti decisivi nella vita umana di ciascuno di noi; o quella “attitudine di umiltà”, che spesso mal si concilia con certi suoi atti di rigorismo, quasi di sprezzante superiorità, che hanno accompagnato un percorso biografico così breve, così bruciante, eppure così umanamente e spiritualmente intenso.
Naturalmente, gli studi venuti più tardi hanno arricchito la bibliografia sulla Weil: penso a certe pagine di un Augusto Del Noce, apparse nel ‘68 a proposito de “l’amore di Dio”, o – più vicine ai giorni nostri – le notazioni di un Joseph-Marie Perrin o di una Wanda Tomasi, di un Giancarlo Gaeta o di un Roberto Esposito (pronto, quest’ultimo, a mettere addirittura a confronto la Weil con Hannah Arendt); o – in contributi più brevi ma non meno sapienti – certe immagini di un Roberto Calasso, quando nel ‘79 ha definito la Weil “limpida e pura come un cristallo”, o di un Massimo Cacciari, quando nell’‘81 ha posto vis à vis “la sua disperazione e la nostra”, o di un Anthony Borgess, che nel ‘91 ha voluto soffermarsi su quella sua “vita come sacrificio”.
Eppure se questo lavoro di Draghi mantiene intatta tutta la sua freschezza e vivacità, credo lo si debba anche a certe immagini che contengono un forte impatto emotivo: come quando Draghi sostiene che non poche delle pagine della Weil “sembran lame di spade nel duello della vita”; o quando illustra “il peso rovente e bruciante” di quella lontana esperienza alla Renault, consegnata “nelle note rapide e crude” de “La condizione operaia”; o quando sa porre molto bene in luce il rapporto, così arduo eppure così decisivo, fra moralità e socialità, che per la Weil “sono tutt’uno”.
Non basta. Draghi sottolinea che “non v’è concezione sociale la quale non sia insieme intimamente religiosa” (anche se – nota opportunamente – quella della Weil è una “religione che non ha crismi e ortodossie”). È anche in base a simili convincimenti che la Weil non solo ci ha messi in guardia circa “l’impossibilità di restare chiusi nei nazionalismi” (proprio mentre l’Europa fascista e nazista era segnata dai casi più tremendi di nazionalismo), ma ha saputo altresì avvertire quell’esigenza di ricorrere a “autorità federative”, che negli stessi anni aveva animato la battaglia federalista di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli, un altro dei personaggi molto cari a Draghi, da sempre vicino e partecipe di quanto andava facendo il “Mosé dell’Europa”, coautore del famoso “Manifesto di Ventotene”.
A proposito di “Oppressione e libertà” – un testo della Weil pubblicato solo nel ‘55, dodici anni dopo la sua morte – Draghi prosegue la sua disamina in pagine, preparate nel ‘57 (lo stesso anno in cui prende il via la cosiddetta “Piccola Europa”), dove la critica a Marx serve per approfondire meglio il tema del rapporto uomo-lavoro, anzi uomo-macchina, con tutto quanto coinvolge il “concatenamento del processo produttivo”; ma serve anche per denunciare quella che per Draghi è “una vibrante rappresentazione della spietata oppressione derivante dallo stato totalitario”. E quindi, torna il richiamo circa l’esigenza di dare vita a una diversa “strutturazione”, capace di permettere “all’uomo di essere meno oppresso”, come potrà avvenire attraverso una “società federalista”: immagine, questa, “pienamente legittima” si affretta a aggiungere Draghi, anche se parole identiche la Weil non le ha mai pronunciate.
Ma su un altro punto sono convinto che meriti riflettere. Perché – a differenza di quanto succede nella maggior parte delle analisi di altri studiosi e specialisti – credo non sia difficile avvertire nelle pagine di Draghi un’attenzione molto vigile, e suggestiva, anche verso la psicologia del personaggio che sta indagando: conferma indiretta, ma eloquente, del forte interesse che, specie durante gli anni giovanili, deve aver portato Draghi, sempre curioso e cercante, a avvicinarsi addirittura alle tematiche della psicanalisi attraverso quel grande maestro che fu Ernst Bernhard: senza dimenticare che negli anni liceali aveva avuto come insegnante anche Cesare Musatti.
Uno fra gli esempi si ritrova, a mio avviso, là dove Draghi non tralascia di soffermarsi su “la disperazione del male, l’angoscia del male” come uno degli elementi ricorrenti nella scrittura della Weil, che però non diventa mai un angoscioso Leitmotiv, ma talvolta riesce a trasformarsi, quasi a riscattarsi in un empito di gioia, di cui si avverte l’eco anche in certe pagine dei suoi “Quaderni”. Così da dare ragione alla scrittrice Susan Sontag, quando ha scritto che ogni qualvolta ci accostiamo a Simone Weil, “ci commuove e ci dà nutrimento”. Proprio come Gianfranco Draghi, già molti anni prima, aveva saputo indicarci. Per convincersene, basta leggere qui di seguito.

Arturo Colombo
Università di Pavia, marzo 2011



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