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10 maggio 2016 - Società Umanitaria - Milano


Una storia nella storia.
Spunti d’arte da Mazzucotelli a Boccioni


Via F. Daverio 7 tel., tel. 02 5796831 info@umanitaria.it

Martedì 10 maggio 2016, 17.30
AUDITORIUM
ingresso da via San Barnaba 48


Saluti
Piero Amos Nannini, Presidente Società Umanitaria

Introduce
Claudio A. Colombo, Archivio Storico Società Umanitaria

Intervengono nell’ordine
Paola Signorino, Università Bicocca - l’Umanitaria nella Milano industriale di inizio ‘900

Ornella Selvafolta, Politecnico di Milano - le Scuole d’Arte Applicata all’Industria

Francesco Oppi, Presidente Cooperativa Raccolto - l'Esposizione d'Arte Libera del 1911

Tiziano Guarato, Storico dell’Arte – Umberto Boccioni e “La città che sale”

All’inizio dell’incontro sarà proiettato un filmato sulla storia della Società Umanitaria
prodotto da MEMOMI


Il disegno realizzato da Umberto Boccioni
per il volume di Alessandrina Ravizza la "Nota della lavandaia"

Per festeggiare il 123° anniversario dalla fondazione, la Società Umanitaria ha deciso di dare il via ad un ciclo d’incontri per raccontare la sua storia, dedicando il primo momento di approfondimento ad un aspetto particolare: il suo legame col mondo dell’arte e del design. Fin dai primi anni del ‘900 la Società Umanitaria diede infatti un notevole impulso allo sviluppo delle arti applicate all’industria, grazie alla creazione di scuole-laboratorio nel settore dell’artigianato industriale (Scuola d’Arte applicate all’industria del 1903 e Scuola del Libro del 1904), promuovendo concorsi di arredamento per le case operaie (nel 1905) e dando vita alla prima esposizione lombarda d’arte applicata (1919), contribuendo in modo significativo a tracciare quella strada che ha portato Milano ad essere una delle più importanti capitali del design internazionale.
Durante l’incontro, in occasione della mostra a Palazzo Reale dedicata a Umberto Boccioni, verrà ricostruito anche il singolare (e poco noto) rapporto che lega l’artista all’Umanitaria; proprio in una delle sale di questo Ente, infatti, Boccioni ebbe il suo studio e qui dipinse il suo capolavoro “La città che sale”. In quel periodo l’Umanitaria riuscì a coinvolgere Boccioni, Carrà e Mazzucotelli in una iniziativa culturale controcorrente: la Prima Esposizione d’Arte Libera.
La mostra si svolse nell’ex padiglione Ricordi e fu la prima mostra collettiva futurista d'Italia (presenti Boccioni, Carrà, Russolo), il cui ricavato fu interamente donato alla Casa di Lavoro per disoccupati dell’Umanitaria.
L'incontro è accreditato dall’Ordine dei Giornalisti per la formazione continua
con il riconoscimento di 2 crediti


La Società Umanitaria e le arti decorative applicate all’industria
Ad inizio ‘900 Milano e la Lombardia sono l’epicentro del fenomeno di industrializzazione che investe il Paese. In questo clima, l’umanitaria da vita a delle scuole-laboratorio all’avanguardia strutturate con percorsi didattici che univano rigore e sperimentazione, disciplina e creatività e che sono diventate una vera e propria officina per l’addestramento tecnico e l’elevamento professionale di generazioni di artigiani e di operai specializzati, punto di riferimento per la diffusione del sapere tecnico mai disgiunto dall’elevazione culturale e morale dell’individuo. Il corpo docenti era costituito dai migliori artisti e maestri dell’epoca: basti pensare alla Scuola d’Arti applicate all’industria del 1903 dove insegnarono Alessandro Mazzucotelli (ferro battuto), Eugenio Monti (arredo e lavorazione del legno), Emilio Quadrelli (scultore, per gli insegnamenti di plastica), Edgardo Saronni (oreficeria), Luigi Rossi (decorazione), Giovanni Buffa (vetrate artistiche), Duilio Cambellotti (corsi speciali di arte decorativa); oppure alla Scuola del Libro del 1904, dedicata alla formazione professionale di tipografi, grafici, illustratori, fotocompositori, decoratori a mano e incisori, dove si potevano seguire le lezioni di Leopoldo Metlicovitz, Edoardo Lacroix, Guido Marussig, Raffaello Bertieri e poi, nel secondo dopoguerra, quando la scuola si aprì anche agli insegnamenti della fotografia, della comunicazione e della pubblicità, si avvicendarono “tecnici” del calibro di Albe Steiner, Max Huber, Bob Noorda, Paolo Monti, Enzo Mari, Bruno Munari, Michele Provinciali.
Nelle iniziative dell’Umanitaria di inizio ‘900 è ben presente l’eco delle teorie di William Morris sul “socialismo della bellezza” e delle Arts and Crafts sull’etica e la creatività del lavoro, che, di fatto, pongono le basi dei principi del design moderno. Sposando i principi inglesi per la valorizzazione dei mestieri dell’arte con un’ottica più disincantata e realistica nei riguardi dell’industria e delle sue potenzialità, coniugando il rispetto del lavoro manuale con l’accettazione della macchina, l’Umanitaria intendeva perseguire un progetto complessivo di qualità che riguardava i processi di lavoro e i prodotti, il profilo tecnico e simbolico degli oggetti, l’elevazione del gusto e la nobilitazione dei prodotti industriali. Su queste basi si era avvalorata l’ipotesi di fondare scuole dove fosse possibile insegnare i principi del progetto e insieme verificarne le possibilità esecutive, unendo scuola e laboratorio al fine, si scriveva, di “trasformare il mestiere in arte” e di armonizzare il “pensiero che immagina” con la mano che agisce. In tal senso si muovono anche altre iniziative dell’Ente, tra le quali si cita il primo concorso per “l’ammobigliamento della casa operaia”, indetto dall’Umanitaria nel 1905, “per incentivare la creazione e la produzione di arredi economici per la casa del popolo, che pure deve essere allietata da semplici, ma pure forme di bellezza” e, nel 1919 (lo stesso anno del Bauhaus nella Germania di Weimar), la Prima Esposizione Regionale Lombarda d’Arte Decorativa, che dal 1923, diventerà esposizione biennale, con sede nella Villa Reale di Monza (dove l’Umanitaria, in consorzio col Comune di Milano e di Monza aveva dato vita all’Università delle Arti decorative), per poi tornare, nel 1933 a Milano. Da quel momento la manifestazione cambiò cadenza da biennale a triennale e fu posta sotto la direzione di un nuovo ente autonomo: la Triennale di Milano con sede nel Palazzo dell’Arte.
La Società Umanitaria e Boccioni
Dall’autunno del 1907 Boccioni si trasferisce a Milano, città piena di fermenti artistici e sociali e periodo nel quale il giovane venticinquenne sta maturando la sua cifra artistica. Ed è proprio in questa fase della sua carriera artistica che entra in contatto con la Società Umanitaria: prima con Augusto Osimo, segretario generale dell’Umanitaria, che gli garantirà l’utilizzo di un locale negli spazi dell’Ente, per adibirlo a suo studio, e poi con l’infaticabile Alessandrina Ravizza, “La signora dei disperati”, Direttrice della Casa di Lavoro per disoccupati dell’Umanitaria. In quei mesi – siamo nel 1910 – Boccioni sta lavorando al quadro che segnerà la sua svolta stilistica. La tela, nelle intenzioni dell’artista, dovrebbe chiamarsi “Il Lavoro” ed è lo stesso Osimo, in una lettera a Boccioni che sottolinea quanto il tema affrontato dal giovane artista sia in assonanza con l’opera svolta dall’Ente che dirige: “il soggetto e lo spirito del quando ben si conciliano con le nostre finalità, che lei del resto condivide non da oggi”. Poi, l’opera prenderà il nome definitivo suggerito da Martinetti: è “la Città che sale” (oggi al Moma di New York), esposto a Milano nella primavera del 1911 durante la prima mostra collettiva futurista d’Italia (saranno presenti oltre a Boccioni anche Carlo Carrà e Luigi Russolo), all’interno dell’ Esposizione d’Arte Libera organizzata dallo stesso Boccioni, al fine di raccogliere dei fondi da destinare alla Casa di Lavoro diretta dalla sua stimata amica Alessandrina Ravizza.

Per informazioni: Daniele Vola, Ufficio stampa Società Umanitaria – 02.57968371 – d.vola@umanitaria.it




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