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Quaestio de aqua et terra, acrilico su tela di Daniele Oppi
(in copertina)

Un mondo dove tutto torna


Un libro-traccia
Un manuale per recuperare la memoria del territorio


Un’esperienza, un’idea.

Questo libro è un invito a un’azione. Procurarsi un registratore e cercare vicino, un anziano. Fare domande, ascoltare e registrare e poi salvare e archiviare. E poi riascoltare per utilizzare il materiale raccolto e plasmarlo per creare progetti. E continuare a raccontare perché il flusso del racconto non si fermi mai. Questo invito nasce da un’esperienza, in questa esperienza mi sono servite le orecchie e un registratore.
Vivo in un paese di montagna, Castello Tesino: “Il paese giace all’estremo margine orientale dell’altipiano di Tesino, sul pendio della conca formata dalle propaggini occidentali del Monte Picosta, riparato dai venti di tramontana dal contrafforte culminante nel colle di San Ippolito, e guarda a mezzodì e a sera, di là dal vallone dove scorre il Grigno, sulla ridente plaga di Pieve e di Cinte, verso il Monte Mezza e Cima la Presa, ammantanti di boschi di conifere”.
Un piccolo paese che si trova nel Trentino Orientale, a 950 metri sul livello del mare, nella conca del Tesino: “La Valle di Tesino, secondaria della Valsugana, sulla sinistra del Brenta, forma una verde ridente conca... tutta coperta da praterie ondulate, con poggi solatii e pendici apriche, incorniciate da folti boschi di conifere, ed è divisa nel mezzo, da tramontana a mezzodì, dal profondo solco nel quale scorre il torrente Grigno”. (le due citazioni sono tratte da: Guida Turistica della Valle di Tesino – Società di Abbellimento di Pieve Tesino – 1930)



Questa comunità si è retta nei secoli sulla pastorizia, l’agricoltura di sussistenza (agricoltura finalizzata soprattutto a produrre cibo per la sopravvivenza), l’artigianato, il commercio e poi, dalla metà del secolo scorso, anche sul turismo e su qualche esperienza industriale. Segni sparsi ovunque raccontano di un passato rurale, di una civiltà contadina, di un’economia essenziale.
Da qui un signore partì tanti anni fa per stabilirsi in una città: andata. Io sono suo nipote, sono nato e cresciuto in città ma ho trascorso ogni estate al paese, ne conosco la gente e il dialetto e undici anni fa sono venuto ad abitare qui: ritorno. Un giorno sono andato alla casa di riposo Suor Agnese con il registratore e ho cominciato a fare domande. Con l’aiuto di Annie, l’animatrice educatrice, abbiamo organizzato degli incontri, le persone stavano sedute in cerchio e io nel mezzo in piedi per potermi muovere a raccogliere le voci, una qua e una là: un racconto collettivo, dove ricordo suscita ricordo.
Te ne reistri?” che vuol dire “Ci registri?” mi chiedeva qualcuno vedendomi con il registratore in mano. Registravo le voci per non perdere niente, per poter salvare i racconti e riascoltarli. Chiedevo agli anziani di raccontarmi la vita di un tempo, il paese, la gente, e siccome avevo appena finito gli studi di Agraria abbiamo cominciato parlando di agricoltura, ma non quella di oggi, quella di quel tempo in cui tutti erano contadini, il tempo della civiltà contadina e dell’economia di sussistenza. In quelle voci ho trovato un tesoro, il tesoro era nelle loro parole, era il “cosa” e anche il “come”, quello che raccontavano e come lo raccontavano, due cose che fanno parte di una sola.
Da quel primo incontro non ho più smesso di incontrare gli anziani e di fare domande. Più li ascoltavo e più mi rendevo conto che dentro un piccolo paese c’è tutto il mondo, che si può trovarci il meccanismo del mondo, che capito un paese si capisce tutto, un po’ come la storia della goccia d’acqua in cui possiamo vedere tutto l’oceano. Racconto dopo racconto, attraverso le loro parole, ho cominciato a vedere ciò che c’è al di là degli elementi particolari di quella società che mi descrivevano: la sua struttura e i principi generali su cui era basata. Principi generali che vanno oltre le informazioni particolari di ogni luogo, principi comuni a tutti i territori che nel loro insieme costituiscono un modello universale.
Così ho cominciato a considerare il mio paese come un caso studio, a studiarlo per trarne principi, dallo specifico al generale, dal paese al tutto. Incontrando i miei amici narratori ho frequentato una scuola, un percorso di formazione e di crescita in cui loro erano i maestri.
Basta che venga ogni tanto che le insegniamo noialtri le cose di una volta. (Dante)
In ogni comunità c’è un tesoro, ma per vederlo serve prima comprendere il significato di una parola: territorio. Nel libro “Il progetto locale” di Alberto Magnaghi il territorio viene definito come “Il prodotto storico dei processi di coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, natura e cultura, e quindi, l’esito della trasformazione dell’ambiente a opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione”, e anche “organismo vivente ad alta complessità, un neoecosistema in continua trasformazione, prodotto dall’incontro fra eventi culturali e naturali, composto da luoghi dotati di identità, storia, carattere, struttura di lungo periodo che formano i tipi e le individualità territoriali e urbane”.

Se definiamo in questo modo il territorio allora “trovare il tesoro” vuol dire comprenderne la dimensione storica, capire come si è evoluto, come si è prodotto, divenirne coscienti, considerare il territorio non solo nella sua dimensione presente ma anche in quella del tempo che scorre, il suo passato e il suo futuro, e dunque conoscere e praticare la storia locale. Per fare questo ci sono due vie: lo studio della parola scritta e l’ascolto diretto della parola raccontata.

Nicola Sordo





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