Alessandrina Ravizza.
La signora dei disperati


Autori: Giuliana Nuvoli e Claudio A. Colombo

FORMATO 16,5X23,5 cm.
PAGINE 320
ILLUSTRAZIONI 200 circa B/N
CODICE ISBN 978-88-87724-81-3

PROFILO DEL LIBRO:
SAGGIO STORICO/BIOGRAFICO

Saggi di:

Paola Signorino
tutor di Storia contemporanea – Università Bicocca (Milano)
Francesco Oppi

presidente Cooperativa Raccolto
Giuliana Nuvoli

docente di Letteratura italiana – Università degli Studi (Milano)
Claudio A. Colombo
responsabile Archivio Storico Umanitaria


Le date delle presentazioni



SOMMARIO

Introduzione di Piero Amos Nannini

Presentazione

Odiava il dolore e chi lo permetteva.
Alessandrina Ravizza e Milano

di Paola Signorino

Profilo di Laura Solera Mantegazza (di Paola Signorino)
Profilo di Ersilia Bronzini Majno (di Paola Signorino)
Linda Malnati, suscitatrice di opere buone (di Daniele Vola)
Impressioni di un visitatore alla Casa di Lavoro

Documenti
Ecco alcune idee sulla Casa di Lavoro, di Alessandrina Ravizza

Boccioni e Alessandrina, la Milano che sale.
La prima Esposizione d’Arte Libera in Italia

di Francesco Oppi

Un giovane operaio e i vinti della vita (di Linda Malnati))
Echi di cronaca dell’Esposizione d’Arte Libera

I luoghi di Alessandrina Ravizza
di Giuliana Nuvoli

La Cucina per malati poveri di via Anfiteatro
(di Alessandrina Ravizza)
Nella scuola-laboratorio di via Lanzone
(di Camilla Del Soldato)
La vigliacca prudenza e una lezione di vita
(di Alessandrina Ravizza)

Documenti
Tanti piccoli Oliver Twist
di Giuliana Nuvoli
I miei ladruncoli, di Alessandrina Ravizza

Nella Casa di Lavoro, l’osservatorio delle miserie più tristi
di Claudio A. Colombo con la collaborazione di Daniele Vola

In tutta coscienza ho fatto il meglio che potevo
(di Alessandrina Ravizza)
Bambole giocattoli e artisti per la Casa di Lavoro
(di Francesca Di Cera)
Quando si produceva il materiale Montessori
(di Maria Helena Polidoro)
A futura memoria. La Ravizza e tre opere d’arte
(di Claudio A. Colombo)
1916. La Casa di Lavoro dei piccoli vagabondi
(di Claudio A. Colombo)

Documenti
Sette anni di vita della Casa di Lavoro
Estratti dalle memorie di Alessandrina Ravizza

Indice dei nomi



Web page www.umanitaria.it



Presentazione dei curatori


“Tutta la vita di Alessandrina Ravizza si sostanzia nelle sue opere quotidiane di immedesimazione colla umanità circostante. A quest’opera di tutti i giorni e di tutte le ore essa sacrificò prima gli agi, poi la casa, il tempo, la salute, il sangue, la vita... Quando giunse alla perfezione di essere divenuta una sola cosa col dolore e colla miseria del popolo, morì. La sua missione era compiuta”.
Così Emilio Caldara, Sindaco di Milano, ricorda Alessandrina Ravizza, al Cimitero Monumentale di Milano, durante la cerimonia della traslazione delle sue ceneri. È il 1916 ed è passato un anno dalla sua scomparsa (era nata nel 1846), avvenuta dopo una vita trascorsa a farsi carico del dolore degli altri, ossessionata dai tormenti, dalle fatiche, dalla disperazione dei più umili; anticipando e indicando la strada alle battaglie del movimento socialista contro le storture di una società che si fregiava di una beneficenza elemosiniera, ma permetteva la miseria più ignobile: da quella dei piccoli vagabondi (migliaia) a quella delle giovani donne gettate sulla strada, dopo anni di subdola violenza tra le pareti domestiche.
Ricordare Alessandrina Ravizza oggi – nel centenario della scomparsa – rappresenta un doveroso tributo a una donna coraggiosa, verso cui questa città ha un incalcolabile debito di riconoscenza; una donna passata alla storia “per l’immensa efficacia del fare il bene senza perdere tempo in infinite formalità” (come scriveva lei stessa nel bilancio del funzionamento della Cucina per ammalati poveri).
Ma la Ravizza non ha solo dato nuovo abito alla filantropia: ha fatto molto di più. Ha basato la sua azione sul principio che la natura umana è universale, e che i diritti di ogni uomo sono una forma di diritto naturale. Ha applicato la concezione moderna sui diritti umani, secondo la quale è in virtù della nostra dignità in quanto esseri umani che li possediamo, anticipandola nella prassi quotidiana. Così ha disatteso le leggi fatte dall’uomo ogni volta che esse si mostrassero incoerenti con i diritti di ogni singolo individuo. È stata molto più lungimirante, insomma, dello stesso movimento socialista che, per decenni, non seppe scrollarsi di dosso distinzioni di genere, di stato sociale, di categorie.
Non c’era luogo, non c’era via di questa città, non c’era barbone o senzatetto che, tra la folla, non riconoscesse il suo incedere (che negli anni si sarebbe fatto incerto) e che non fosse oggetto delle sue attenzioni; era “sempre lanciata nella vita, come in una corsa impetuosa, a passo di bersagliere”. Ospedali, carceri, sifilicomi, tuguri, strade maleodoranti: non v’era luogo dove non arrivasse e portasse un cambiamento. In questo fu rivoluzionaria: al superficiale conforto delle dame, sostituì un salutare mutamento di stato, nel nome di quei diritti che, nell’Ottocento milanese, erano ancora una nebulosa informe.
In questo volume sono presenti testi di natura diversa, ma complementari fra loro, che ricostruiscono la vita di Alessandrina Ravizza, la signora dei disperati, in maniera originale, riannodando le testimonianze dei suoi contemporanei (Ada Negri, Camilla Del Soldato, Augusto Osimo, Fabio Luzzatto, Savino Varazzani) e i profili delle altre donne, che con lei portarono avanti la rivoluzione del movimento femminista (Laura Mantegazza, Ersilia Majno, Linda Malnati), con le vicende e le storie che la resero presto “la Contessa del brodo”.
Il testo di Paola Signorino si sofferma sul rapporto con il capoluogo milanese, ripercorrendo le tappe clou di un’esistenza affaticata dalla disperazione che andava a mitigare, avvincendo le anime del suo popolo, “trasfondendo in esse il calore della sua persuasione, la vampa della sua fede, l’impeto della sua rivolta”. Per portare avanti la sua causa, la causa degli umili e delle oppresse, non aveva remore né titubanze; scriveva lettere, richiedeva denari, coinvolgeva chiunque potesse sorreggerla nella sua missione: politici, imprenditori, letterati (in primis Ada Negri), artisti (come Boccioni, il cui rapporto si inserisce nella trattazione fatta da Francesco Oppi a proposito dell’Esposizione d’Arte Libera del 1911), spostandosi da un capo all’altro della città, dalle case dei ricchi benefattori agli uffici delle Autorità, dalle stanze degli ospedali alle prigioni.
Nacquero così la Cucina dei malati poveri, l’Ambulatorio medico, la Scuola laboratorio del sifilocomio di via Lanzone, l’Università Popolare, la Casa di Lavoro per disoccupati. E proprio sui luoghi del suo operato si concentra il saggio di Giuliana Nuvoli, delineando uno stradario del dolore (e del riscatto sociale), dove emerge una straordinaria opera di carità e di assistenza, in ogni angolo di Milano, anche “il più lurido, più disaccentrato, covo della malavita”, come il Bottonuto (nei dintorni di Piazza del Duomo), dove non era consigliato addentrarsi. Accorgimento praticato dalla gente “per bene”, ma non da Lei, che “col suo mantelletto stinto, col suo boa spelacchiato intorno al collo, con quel suo passo pesante di donna grassa, ansando un poco per la fatica, ma tutta alacre e lieta di compiere ancora una volta un’opera utile”, si aggirava di giorno e di sera anche in quelle viuzze strette, nella semioscurità promiscua, tranquilla come se fosse nel salotto di casa propria. “Sulla porta di certe case, certe donne, sorprese a scambiarsi nel loro gergo laido turpi epiteti, si ritraevano vergognose; i locch le facevan di cappello e, a esprimerle la loro gratitudine, le cedevano il marciapiede”.
Rileggendo alcuni dei suoi ricordi più appassionati (I miei ladruncoli), si arriva infine al saggio che Claudio A. Colombo dedica all’ultimo istituto assistenziale, quella Casa di Lavoro per operai disoccupati a cui la Ravizza – per conto della Società Umanitaria – dedicherà gli ultimi anni della sua vita, dimostrando tutte le sue capacità organizzative e manageriali (lo si evince dalla lettera del 1906 ad Augusto Osimo, in cui analizza dettagliatamente lo scenario di povertà materiali di cui occuparsi), sempre assalita da una necessità imperiosa di agire, di non passare oltre, mettendo in gioco tutta la sua anima, “con un vigore, una tenacia, una passione, un’originalità non inferiori a quelle adoperate da un Michelangelo nel lungo esercizio del proprio genio”, come avrebbe scritto l’amica Sibilla Aleramo in un lungo articolo su L’Unità del 1946.
Il volume si avvale anche di brevi, mirati, focus preparati da Francesca Di Cera, Daniele Vola, Maria Helena Polidoro; di alcuni inediti (come quello di Emilio Caldara oppure i documenti relativi alla Casa di Lavoro dei piccoli vagabondi); di pagine dimenticate (come il testo del 1911 di Ada Negri uscito su “La lettura”); e si chiude con un corposo apparato delle corrispondenze che Alessandrina tenne con i suoi diseredati.
A lei, alla Madonna dei poveri, va la nostra riconoscenza, il nostro rispetto, la nostra ammirazione.

INFO:

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