Riccardo Bauer
PESCI IN FACCIA
Verità che scottano. Inediti (1951-1958)


PREFAZIONE DI SERGIO ROMANO

FORMATO 16,5X 23,5 cm.
PAGINE 256
ILLUSTRAZIONI 12 in b/n
CODICE ISBN 978-88-87724-60-8
PREZZO: euro 15,00

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PROFILO DEL LIBRO:
Scritti politici - polemica.


Un’antologia di note e commenti incisivi sull’Italia di ieri (la politica, l’affarismo, la burocrazia, le leggi elettorali, la libertà di stampa, la Chiesa, la corruzione), che ci porta immancabilmente agli scandali, alle storture e alle miserie dell’Italia di oggi: il paese delle verità consacrate, degli interessi costituiti, delle autorità che hanno sempre ragione, dove “il vero il bello il giusto si identificano soltanto con l’utile del partito”. Senza però mai diventare un inno all’antipolitica, ma ribadendo il richiamo ad essere cittadini responsabili, coscienti dei propri diritti: perché la democrazia non è un dono di natura, “ma una conquista da difendere giorno per giorno”.


pagina dedicata


Dalla Prefazione:
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale Riccardo Bauer non fu parlamentare e non fu uomo politico nel senso tradizionale dell’espressione.
Non gli sarebbe stato difficile approfittare del suo impegno nella Resistenza per conquistare un posto in Parlamento o una carica pubblica. Ma preferì impegnarsi nella direzione dell’Umanitaria e accettare la presidenza
di alcune associazioni civili: la Lega italiana per i diritti dell’uomo, la Società per la pace e la giustizia internazionale, il Comitato italiano per l’universalità
dell’Unesco. Non entrò mai in quell’area della politica nazionale dove il lavoro quotidiano consiste nell’elaborare tattiche e strategie per andare al potere, restare al potere, condizionare il potere. Dopo avere letto queste note polemiche il lettore comprenderà perché Bauer fosse del tutto inadatto a questa forma di navigazione politica. Scelse il ruolo solitario dell’osservatore corrucciato e insoddisfatto, tanto più indipendente quanto più estraneo ai disegni della politica quotidiana. Aveva creduto al Partito d’Azione e decise probabilmente, dopo la sua scomparsa, che il miglior modo per restare azionista fosse quello di non trasmigrare in un’altra formazione politica. Chiamato a scegliere tra l’indipendenza e il mestiere politico,
con il suo inevitabile bagaglio di compromessi e tatticismi, scelse l’indipendenza.
Queste note coprono gli anni fra il 1951 e il 1958. Quando Bauer cominciò a scrivere, probabilmente nell’agosto 1951, l’Italia era governata dalla Dc e dalle forze politiche che avevano vinto le elezioni del 18 aprile 1948, era membro della Alleanza Atlantica da due anni e della Nato da un anno, aveva ottenuto la revisione del trattato di pace ma doveva ancora risolvere la questione di Trieste. La scena internazionale e quella italiana erano dominate dalla guerra fredda, ma Bauer era attratto soprattutto dagli avvenimenti in cui vedeva i segni di un mondo molto diverso da quello per
cui si era battuto durante il fascismo. Nella morte di Evita Peron in Argentin vide il populismo e gli eccessi emotivi del lutto nazionale. Nella vittoria del generale Eisenhower e di Richard Nixon contro Adlai Stevenson per la conquista della Casa Bianca vide una minaccia alla democrazia americana. In quella di Adenauer nelle elezioni tedesche del 1953 vide un altro trionfo
democristiano in Europa e un’ombra sul futuro della Germania. Nelle purghe imposte da Stalin ai satelliti dell’Urss dopo la cacciata della Jugoslavia dal Kominform vide il “fanatismo dogmatico” di un regime incurabilmente totalitario. Nel modo in cui la questione di Trieste veniva discussa vide la tenace sopravvivenza del nazionalismo italiano. Nella nuova legge elettorale
voluta da De Gasperi e Scelba (quella che fu troppo frettolosamente chiamata “legge truffa”) vide una violazione dei principi democratici. Nel conflitto
fra il regime di Peron e il clero cattolico argentino vide una lotta fra due sistemi autoritari, egualmente pericolosi, un nuovo segno delle ragioni per cui la Chiesa non sarebbe mai stata democratica.
Il tema dei rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa romana riappare in queste note ogniqualvolta Bauer constatò, non senza ragione, che il papa e il clero stavano approfittando del successo della Democrazia cristiana nelle elezioni del 1948 per ridurre gli spazi della laicità soprattutto nella scuola, contrastare la presenza delle Chiese protestanti nella penisola, insidiare il principio costituzionale della libertà di culto. Nei suoi argomenti vi è una intransigenza laica che a qualche lettore sembrerà oggi eccessiva. Ma credo che i suoi segnali d’allarme, almeno sino al papato di Giovanni XXIII, fossero giustificati.
Sui rapporti con il Pci le posizioni di Bauer sono nette. Quando la Fiat licenziò un “gerarca” comunista scrisse che il provvedimento era “ovvio”. Se un’impresa ha un programma di costruzioni militari, “è chiaro che debba liberarsi di chi, per la particolare disciplina politica cui si ritiene sottoposto, possa essere sospettato di divenire l’organizzatore di un traffico destinato a far pervenire a una potenza straniera pericolose informazioni relative proprio a quelle costruzioni”. Ma questo non gli impedì di denunciare la possibilità che nella decisione dell’azienda si nascondessero anche intenzioni liberticide. Quando il leader laburista Hugh Gaitskell, nel 1957, sostenne che l’unificazione socialista in Italia dipendeva anzitutto dalla rottura di ogni rapporto del Psi con il Pci “nel campo non solo politico ma sindacale ed amministrativo”, Bauer ricordò che “il Pc è partito costituzionalmente legale, presente in Parlamento tra gli altri e operante nei limiti della Costituzione”.
L’amarezza e il pessimismo di molte note sono il frutto di una delusione. Bauer aveva sperato che il crollo del regime avrebbe reso possibile la nascita di un’Italia democratica, laica, civicamente virtuosa e libera da
qualsiasi risentimento nazionalista. Quello che vedeva intorno a sé invece era un Paese sempre meno laico e presidiato da due partiti che non avevano, per ragioni diverse, il suo concetto di democrazia. Era indignato dalle campagne elettorali inutilmente dispendiose, dai rigurgiti nazionalisti, dalle nostalgie fasciste e soprattutto da una lunga serie di scandali in cui la classe politica era direttamente coinvolta.
Qualche nota pecca di un pessimismo eccessivo, altre non tengono conto dei grandi progressi economici della società italiana in quel periodo. Ma così era Bauer: troppo franco per attenuare i suoi giudizi, troppo fedele
ai suoi ideali per accontentarsi di risultati parziali e di soluzioni accomodanti. Non era facile riscuotere la sua approvazione. L’autore di queste note non aveva obblighi di lealtà se non con la propria coscienza. Alla convenienza delle alleanze e alla disciplina degli schieramenti aveva preferito la coerenza e il rigore delle idee.

Sergio Romano


L'AUTORE

RICCARDO BAUER (1896–1982) è stato uno storico, politico e antifascista italiano. Laureato all'Università Commerciale Bocconi, partecipa come volontario alla prima guerra mondiale.
È prima segretario e poi direttore del Museo sociale della Società Umanitaria di Milano, carica dalla quale fu rimosso dai fascisti nel 1924. Collaboratore de La Rivoluzione liberale di Piero Gobetti e fondatore, con Ferruccio Parri e altri, del settimanale Il Caffè, viene arrestato più volte e, nel 1927, confinato a Ustica e a
Lipari. Tornato libero nel 1928, riprende l'attività clandestina e, con Ernesto Rossi e altri, fonda il movimento Giustizia e Libertà. Dopo altri arresti, nel 1931 viene condannato definitivamente
a venti anni di reclusione. Nel 1939 esce dal carcere e viene inviato al confino di Ventotene. Liberato nel 1943 dopo l'8 settembre, partecipa al primo convegno clandestino del Partito d'Azione. Fonda nel 1944 e dirige fino al 1946 la rivista Realtà Politica; come dirigente e capo della Giunta militare del Partito d’Azione, è tra i principali organizzatori della Resistenza a Roma.
Dopo la Liberazione milita nel Partito d’Azione e, sciolto il partito, torna prima alla vicepresidenza, poi alla presidenza della Società Umanitaria. Successivamente al 1969, presiede la Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo, la Società per la Pace e la Giustizia internazionale, il Comitato italiano per l’universalità dell’Unesco. Negli anni cinquanta e sessanta ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Triennale di Milano.