Cooperativa Raccolto
 
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Rubrica di approfondimento sociale, culturale, storico e antropologico,
a cura della direzione della Cooperativa Raccolto


La Cultura Popolare

Rivista bimestrale dell'Unione Italiana della Cultura Popolare


Fondata
da Augusto Osimo

Milano
Società Umanitaria

Note di metodo antropologico: riflessioni sulle sottoculture regressive

Nel contesto di due precedenti articoli mi sono proposto di introdurre alcuni argomenti di carattere teorico che avevano lo scopo di giustificare l'opportunità e di mostrare la necessità di esprimere alcune ipotesi intorno al fenomeno delle sottoculture. (1) I temi che mi propongo ora di sviluppare si riallacciano quindi alla problematica già emersa in precedenza e risultano ad essa necessariamente collegati. In generale, intendo porre in rilievo come, ogni gruppo sottoculturale acquisti una fisionomia e si imponga attraverso un iter complesso. In particolare mi propongo di tracciare i lineamenti di quel « tipo ideale » di sottocultura che ho precedentemente indicata come «sottocultura regressiva».
1. La sottocultura dinamica come espressione della crisi
Albert K. Cohen al quale mi sono già riferito a riguardo del suo studio sulla «cultura delinquente», ha ritenuto di raccogliere in un capitolo a parte le sue considerazioni in merito a una teoria generale delle sottoculture suscettibili. egli afferma, di ulteriori sviluppi. (2) Lo studioso statunitense inizia con l'affermare, partendo dalla postulato « psico-genetico » che: « ... tutto l'agire umano - non la sola delinquenza - (è) una serie progressiva di sforzi per risolvere problemi... Finché non vengono risolti, implicano tutti una certa tensione, uno squilibrio e una sfida. (...) La massima parte dei problemi ci sono familiari, si ripresentano ogni giorno e noi ne abbiamo già belle e pronte delle soluzioni, modalità abitudinarie di azione che già abbiamo trovato efficaci ed accettabili sia per noi che per chi ci è vicino. Ma altri problemi non si risolvono altrettanto prontamente, i esistono, ci infastidiscono, esigono soluzioni nuove. (3) Il complesso di problemi che trovano un riscontro, come stabile patrimonio di esperienze, nell'apparato psichico dell'individuo che orienta la propria azione attraverso precisi canoni culturali, non sono ovviamente vissuti dal soggetto in termini drammatici perché, questi ha immediata coscienza di potersi costituire come « soggetto attivo » all'interno della realtà situazionale ed esercitare quindi su di essa un controllo positivo ed efficace. Il Cohen osserva che i problemi si qualificano come tali perché alla costituzione di ognuno di essi concorrono due «circostanze convergenti». (4) La prima circostanza è data dalla situazione, che il Cohen genericamente definisce come quell'entità che « ... comprende l'ambiente fisico entro il quale dobbiamo agire, una riserva non infinita di tempo e di energie con cui adempiere i nostri fini, e soprattutto le abitudini, le esigenze. Le richieste e I organizzazione sociale della gente intorno a noi». (5)
Carlo Tullio-Altan, ha fornito a sua volta un'interpretazione molto più efficace e compiuta del modello « situazione » intendendola come il campo vitale in cui si attuano le esperienze prettamente umane, esperienze rivolte alla definizione dei problemi attraverso le operazioni della conoscenza e del riconoscimento; atti entrambi essenziali per il mantenimento dell’equilibrio psichico individuale, che permettono all'uomo di costituirsi come soggetto, come attore storico. (6)
Ovviamente, l'uomo si muove nel proprio campo di esperienze nella situazione di vita che presenta aspetti più o meno problematici, usando i necessari referenti culturali orientativi del comportamento. Il discorso del Cohen che introduce il concetto di « quadro di riferimento » dell'agente in situazione, è quindi del tutto coerente con lo sviluppo delle argomentazioni che seguiranno; infatti: « ciò che la gente vede e quanto prova nei confronti di ciò che vede, dipende tanto dal suo « punto di vista » quanto dalla situazione che egli incontra ...». Le nostre convinzioni intorno alla realtà di fatto intorno a ciò che sia possibile e alle conseguenze che derivino da queste o quelle azioni, non corrispondono necessariamente a una verità « oggettiva» in merito. I «fatti» non si limitano mai a collocarsi nudi e crudi sotto i nostri occhi. Li vediamo sempre attraverso una lente e la lente e fatta di quegli interessi, preconcetti, luoghi comuni, valori di cui vestiamo la situazione. (7) In altre parole, la situazione è vissuta e interpretata dal soggetto secondo le categorie che gli sono proprie e che sono legate alla sua personalità di status. A questo punto siamo in grado di proporre alcune considerazioni in ordine al problema che ci siamo posti: quello cioè di rendere più organiche, adeguandole alla nostra situazione storica, le ipotesi tendenti a stabilire una differenziazione delle entità sottoculturali. Il Cohen ha sicuramente fornito un valido contributo in questo senso, perché il suo modo di impostare il problema offre preziosi orientamenti e spunti efficaci per ulteriori sviluppi della teoria da lui delineata. Egli infatti ha individuato nel sistema di classe, nella differenziazione dei ruoli, nella dinamica delle generazioni, nelle particolarità strutturali di taluni ordini istituzionali, il terreno sul quale si possono produrre le soluzioni sottoculturali. Nel parlare della sottocultura identificabile con la comunità locale, sia essa alloctona che autoctona, mi sono limitato a caratterizzare questo tipo di sistema che si evidenzia attraverso la dimensione sociale, quella culturale e quella psicologica, tratteggiandone le particolarità qualificanti più generali. (8) Ritengo tuttavia che, pur nella visione semplificata che ho inteso fornire della sottocultura comunitaria siano già emersi alcuni aspetti che si possono a ragione ritenere mollo significativi. Mi riferisco alla situazione conflittuale che e quasi sempre la matrice, il luogo elettivo, ove si sviluppa, si afferma oppure si spegne, un gruppo più o meno organizzato che si distingue, all'interno di un sistema socio-culturale più generale, per le soluzioni alternative che fa proprie e che propone. Ho ripetutamente richiamato l'attenzione del lettore sulla rilevanza del significato teorico e operativo che la sottocultura assume nelle scienze sociali in genere e nell'antropologia culturale in particolare. Questo soprattutto quando si vogliano analizzare le forme culturali complesse, caratterizzanti le società moderne. é nell'ambito specifico di una situazione conflittuale che si producono quelle tensioni sociali, che sono il riflesso della difformità che i gruppi presenti in essa. hanno di percepire e vivere le contraddizioni del loro tempo. In un periodo storico caratterizzato da profonde crisi assiologiche. sorgono inevitabilmente dei contrasti fra i diversi gruppi che tendono a costituirsi come tali attorno a presupposti culturali diversi, Nella stessa situazione storica si può verificare che alcuni gruppi siano portati ad operare delle profonde trasformazioni nelle strutture. Altri, in aperta opposizione ai primi, possono rivolgere la loro azione in senso conservatore o reazionario battendosi affinché nulla venga a turbare l'«ordine costituito». in questo quadro e opportuno fare delle distinzioni. Carlo Tullio-Altan osserva che, affinché un qualsiasi problema sia chiaramente definito, e necessario che l'uomo acquisti lo statuto di soggetto all'interno della situazione che lo comprende, attuando per questo scopo un processo di conoscenza. Solo acquistando questo stato di soggetto sarà possibile prospettare nuovi modelli culturali capaci di superare i problemi in modo adeguato. Quando l'individuo, nella veste dell'innovatore, è in grado di partecipare agli altri un nuovo modello che si prospetti come soluzione funzionale di problemi comuni, avvertiti cioè da larghi strati del sociale e, qualora lo stesso modello venga assunto, condiviso e vissuto come un valore da un certo numero di persone che si costituiscono e si organizzano come gruppo, si produce di fatto,all'interno di quella determinata situazione storica, una trasformazione di natura culturale.
Questo perché: « ... la cultura si manifesta nella forma di un principio teorico-pratico di interpretazione della situazione, dal punto di vista concreto della collocazione in essa del gruppo che essa stessa contribuisce a costituire. Essa assume così il carattere di ciò che antropologicamente viene chiamato una subcultura, per indicare il patrimonio di idee di un gruppo sociale in rapporto, e spesso in conflitto, con quello del gruppo dominante l'intero sistema sociale e cioè con la cultura del gruppo dominante. La subcultura è il nuovo principio di coesione del gruppo conflittuale, principio non idealmente astratto, ma legato, come proposta di soluzione, ai problemi del gruppo medesimo ». (9) Nella realtà, i gruppi si possono realizzare variamente intorno ad un problema o ad una serie di problemi fra loro correlati. Questi gruppi in relazione alle concrete modalità di soluzioni culturali che prospettano, si possono qualificare come gruppi a carattere progressivo o a carattere regressivo. E' necessario osservare che in un primo tempo il gruppo sottoculturale si può esprimere in modo ambiguo in quanto, gli individui che lo costituiscono, pur recependo le contraddizioni, non sono ancora giunti a decifrare correttamente la reale problematica situazionale e non hanno di conseguenza acquisito una chiara coscienza di sé. Ne deriva un'azione sociale dispersiva, perché orientata secondo modelli che esprimono la scarsa validità della prospettiva adottata nel momento dell'analisi del reale. « I gruppi si costituiscono soggetti nella loro situazione storica, nella misura in cui sono in grado di oggettivare i problemi che la caratterizzano e di orientarsi nell'azione politica. Prima di quel momento quei gruppi non sono soggetti della situazione storica, ma si perdono in essa, sono solo espressioni umane della crisi ». (10) Questo e il caso delle sottoculture spurie che trovano la loro occasione di prodursi specie in quelle società che attraversano un periodo di profonda crisi culturale dovuta al venir meno dei valori tradizionali. Gli individui che coralmente esprimono il loro dissenso e la loro protesta generalizzata, nel momento in cui si organizzano come gruppo di interesse, danno origine ad una sottocultura spuria. Essi, pur non condividendo parte dei modelli della cultura vigente non sono ancora in grado di elaborare delle nuove risposte di cultura che, commisurate ai problemi, acquistino il valore di alternative concrete. In questo clima di profondo disagio. Fazione individuale e di gruppo, per il venir meno di precisi parametri di riferimento, è caratterizzata da uno stato diffuso di insicurezza e disorientamento che si manifesta attraverso modalità incongruenti di essere nella situazione, da uno stato di nevrosi collettiva che si cristallizza in pratiche rituali e comportamenti contradditori che oscillano fra le espressioni regressive e le espressioni di orientamento progressivo, ciò con grave compromissione per l'equilibrio psichico di coloro che vivono questo genere di esperienza (11).
Ho voluto qualificare questi particolari gruppi che si possono considerare come espressione vivente di una situazione di crisi, come sottoculture spurie, non tanto per opporle come intendeva Edward Sapir (12), ad altre forme di cultura ritenute più autentiche e genuine, ma piuttosto per porre l’accento sulla loro sostanziale fragilità e la loro instabilità strutturale, sul loro carattere provvisorio, sulla labilità emotiva caratteristica di coloro che, senza orientamenti sicuri, in esse si esprimono. La sottocultura spuria si deve quindi intendere come una formazione socioculturale allo stato nascente non ancora strutturata, alla «ricerca di se stessa», che diventa compiuta come unità creativa di cultura e acquista, di conseguenza la possibilità di affermarsi, solo nel momento in cui dimostra di essere in grado di elaborare in forma chiara delle soluzioni alternative che si possono affermare come validi strumenti per affrontare i problemi i quali, devono necessariamente risultare altrettanto chiaramente definiti. In a sottocultura avente i caratteri di provvisorietà che ho appena illustrati può anche non trovare le modalità e gli strumenti per realizzarsi. In questo caso continua a rispecchiare la crisi dalla quale ha avuto origine e il gruppo, in un lasso di tempo più o meno lungo è condannato alla dissoluzione. Quando invece vengano opportunamente modificati i principi interpretativi della realtà e vengano individuali i problemi, la sottocultura, come si è già detto, trova una sua ragione di essere e si afferma nella misura in cui le risposte culturali che propone, rispondono in modo positivo all'esigenza di una più vasta base sociale che, assumendo la sottocultura a gruppo di riferimento, le conferisce con la propria adesione anche il necessario consenso. Qualora questo si verifica e la sottocultura si pone nella specifica situazione storica su posizioni innovative, vale a dire proponendo delle concrete prospettive programmatiche di rinnovamento sociale e culturale rivolto a trasformare in senso progressivo le strutture operanti nella società, ci troviamo di fronte a quel « tipo ideale » che è stato indicato come « sottocultura dinamica progressiva». Non è detto però che per il solo fatto di aver ottenuto il consenso, magari entusiastico di vasti strati del sociale, sia sufficiente a garantire che le idee proposte siano effettivamente progressive e produttive, Carlo Tullio-Altan |g infatti ci fa osservare: « ...il solo consenso di larghe masse non basta a fare di un programma una «idea forza». Questo programma per essere veramente tale, deve fondarsi sopra una corretta individuazione dei problemi reali della situazione storica. Noi abbiamo a questo proposito, un esempio recentissimo: l'ideologia fascista e nazista, che hanno avuto un vasto consenso di massa. Tali ideologie non offrivano nè un'analisi corretta dei reali problemi del tempo in cui vennero enunciate, nè fornivano soluzioni ad essi. Anche in questo caso noi possiamo ritrovare una sostanziale analogia con i fenomeni rilevabili a livello individuale. Quando una persona entra in crisi, perché non è in grado di affrontare i problemi della sua situazione di vita, gli esiti possono essere due. Si può dare il caso che la persona conquisti una prospettiva che chiarifichi la situazione problematica nella quale vive in modo che essa riesca a farsi soggetto della sua situazione di vita. Oppure se fallisce su questa strada, può crearsi una realtà illusoria. mitica, costruita per nascondere la realtà concreta, nella quale vivere una vita falsa, regredita e patologica. In uomo può delirare identificandosi con Napoleone, e un popolo può delirare credendosi un popolo «imperiale », ma in entrambi i casi la situazione viene a smentire, prima o poi, l'ideologia privata o collettiva». (13)
In virtù di queste osservazioni, si può quindi stabilire che da una situazione caratterizzata da una profonda crisi di valori, non solo possono nascere delle risposte culturali positive, capaci cioè per la loro natura progressiva e per la loro carica innovativa di promuovere importanti trasformazioni nelle strutture della cultura e della società, ma, la stessa situazione può far maturare delle ideologie di tendenza diametralmente opposta rivolte alla conservazione di posizioni e privilegi di gruppi elitistici.
Quando si attua questo secondo tipo di soluzione, non reale ma « virtuale » della crisi, quando una ideologia fondamentalmente antistorica di natura pseudo-rivoluzionaria incomincia a produrre i suoi effetti, imponendosi e sfruttando a proprio vantaggio quei delicati meccanismi collettivi di carattere emozionale e quindi irrazionale, ci si trova di fronte al raffermarsi di un tipo di «sottocultura regressiva ».
2. Alcune riflessioni sul nazifascismo come processo sottoculturale regressivo
In un suo recente saggio lo storico Renzo De Felice, che ha prodotto numerosi e pregevoli studi critici sul fenomeno fascista, pur riconoscendo la validità degli sforzi compiuti e dei risultati raggiunti dalle scienze sociali nell'analizzare alcune particolarità di questo importante episodio della storia contemporanea, ci propone di riflettere sul pericolo rappresentato da alcune interpretazioni compiute in chiave sociologica e psicologica perché queste risultano talvolta eccessivamente particolaristiche.
Egli al proposito osserva: «In sede di ricostruzione storica e di giudizio storico (...) queste analisi e queste spiegazioni (anche quelle meno disancorate da una visione di tipo storicistico) da sole sono insoddisfacenti, in quanto insufficienti e parziali, e finiscono per essere distorcenti, per portare anch'esse, o peggio per riportare il discorso sul fascismo allo stadio delle interpretazioni schematiche e unilaterali, fondate, cioè, sulla sopravvalutazione di un aspetto del fenomeno e alla negazione o, nel migliore dei casi alla sottovalutazione, degli altri». (14)
Queste considerazioni sono più che legittime e mi guarderei bene, in questa sede, dal voler fornire pretenziosamente una compiuta interpretazione del nazifascismo, che e un fenomeno storico-sociale estremamente complesso, che varia a seconda del paese e del periodo, usando unicamente il modello accennato della sottocultura regressiva o altre astrazioni teoriche che, per la loro particolare natura, non possono che fornire dei risultati parziali se posti in relazione con le varie dimensioni del fenomeno globale. Ritengo tuttavia che, anche in sede di interpretazione storica, il punto di vista della sociologia, della psicologia e dell'antropologia culturale, deve essere considerato. Lo stesso De Felice riconosce esplicitamente come le scienze sociali possono concretamente contribuire a chiarire aspetti delle situazioni analizzate, offrendo interpretazioni adeguate per la parte che loro compete e in particolare affrontando in chiave critica quei problemi particolarmente significativi che il metodo storiografico da solo non sarebbe assolutamente in grado di evidenziare. (15)
Dopo aver riportato nella prima parte di questo saggio delle osservazioni teoriche di carattere generale, desidero scendere al particolare cercando di illustrare alcune caratteristiche salienti nel nazifascismo, sono quegli aspetti parziali ma molto significativi di una realtà composita, aspetti che meglio si prestano a delle riflessioni maturate attraverso una prospettiva antropologico-culturale. Sono quei tratti caratteristici che risultano più adeguati per delineare, alla luce della teoria precedentemente proposta, la natura regressiva del fascismo inteso, nelle sue varie forme, come fenomeno sottoculturale. Sarebbe illusorio e fuorviante, ritenere che questi movimenti politici si siano espressi unicamente in Italia ed in Germania, nel periodo di profonda crisi, immediatamente successivo al primo conflitto mondiale. (16)
Infatti le «rozze tendenze dell'epoca», come le ha definite Thomas Mann, erano praticamente presenti in ogni nazione europea e, si può aggiungere senza tema di sbagliare, che l'ethos fascistico basato sull'esaltazione del principio gerarchico, sul desiderio di creare un mondo fondato su di un «nuovo ordine», sul culto della pura violenza, sulla mistica della nazione e del capo, sugli assurdi miti della razza e del sangue, sul valore indiscusso delle èlites, e ancora tragicamente attuale ai giorni nostri e trova ancora degli irresponsabili i quali, insensibili alle dure lezioni della storia, sarebbero inclini ad accettarne fideisticamente i principi, a sottoscriverne e favorirne la prassi. Il nazifascismo si produce nella crisi (17) e, come riconosce Talcott Parsons, pur scostandosi nella sua analisi sociologica dal punto di vista marxista, questo fenomeno ha delle «... profonde radici nella struttura, nelle tensioni e conflitti interni dell'intero mondo occidentale». (18) Uno degli aspetti caratterizzanti la crisi è dato dall'anomia, cioè dal venir meno dei modelli culturali validi e, lo stesso Parsons descrive in modo efficace il riflesso dell'anomia nella situazione esistenziale rilevando come la carenza di un sistema simbolico concreto e sufficientemente stabile, priva gli individui e i gruppi di sicuri punti di riferimento. La reazione alla mancanza di sicuri orientamenti «... è quella definita in termini psicologici come insicurezza. La personalità non risulta fermamente strutturata secondo un coerente sistema di valori, finalità, e aspettative. Si hanno atteggiamenti incerti, date, da un lato, l'indecisione che paralizza l'azione - con i relativi scrupoli e le relative inibizioni - e dall'altro reazioni violentemente « iperdeterminate », atte a caricare particolari scopi e simboli di odio, devozione, od entusiasmo eccessivi in rapporto alle situazioni reali». (19) Alla luce di quanto osservato da Parsons, è quindi possibile capire come in un clima di generale disorientamento possano venire acquisite e ritenute valide delle idee o meglio delle ideologie, che agli occhi di molti assumono il valore di concreti programmi.
Il fenomeno del nazifascismo deve essere inteso anche come fatto che investe direttamente la sfera culturale. Sia in Italia, negli anni che succedono il primo conflitto mondiale, che nella Germania di Weimar, il fascismo si impone particolarmente in virtù di quelle ideologie che ne giustificano la prassi violenta, aggressiva ed etnocentrica. Nel caso specifico della Germania il nazifascismo raccoglie il consenso perché riesce a manipolare a suo profitto l'angoscia collettiva e a prospettare, soprattutto alle classi medie, degli elementi di dottrina, dei modelli di cultura in senso Iato che, pur nella loro relativa novità, tenevano adeguatamente conto oltre che del patrimonio di credenze tradizionali più diffuse, anche del particolare tipo di « carattere sociale » del popolo tedesco. (20) Il Fromm osserva come questo carattere sociale si manifesta oltre che nell'accettazione supina dei miti contenuti nelle dottrine ideologiche prospettate dal nazismo, anche nei sentimenti ambivalenti, nella brama di sottomissione e di dominio, che trovano sublimazione nella persona del Fuerer che incarna gli ideali imperialisti della nazione tedesca. (21)
Mano a mano che il movimento nazifascista tedesco si afferma, Hitler assume, con l'uso indiscriminato del potere, la funzione quasi magica del condottiero investito di un particolare carisma.
« Per "carisma" si deve intendere una qualità considerata straordinaria (e in origine condizionata in forma magica tanto nei profeti e negli individui forniti di sapienza terapeutica o giuridica, quando nei duci della caccia e negli il eroi della guerra), che viene attribuita ad una persona. Pertanto questa viene considerata come dotata di forze e proprietà soprannaturali o sovrumane o almeno eccezionali in modo specifico non accessibili agli altri oppure come inviata da Dio o come rivestita di un valore esemplare e, di conseguenza, come Il "duce" ». (22)
Molto opportunamente Carlo Tullio-Altan osserva che Hitler, malgrado le sue dichiarate pretese rivoluzionarie, assumendo la posizione di capo carismatico risulta tutt'altro che un innovatore, infatti: « ... la vera forza dell'innovatore sta nel fatto che egli si fa interprete della coscienza collettiva, riesce a compiere una operazione di transazione nel nome del suo gruppo, che attraverso di lui prende coscienza di sé mediante la presa di coscienza dei suoi concreti problemi. E non risiede invece nelle sue eventuali capacità di stregone, che approfitta di un momento di crisi radicale di disorientamento collettivo, per conquistare un potere personale nel proprio interesse.» (23)
Il processo di nazificazione della Germania, e tutte le attività di aggressione imperialista che si sono prodotte nell'epoca che è stata caratterizzata dalle dittature personali di Hitler e di Mussolini, riflettono, secondo la geniale intuizione di Erich Fromm, uno stato di grave regressione sociale che, lo stesso studioso di origine tedesca ha definito «sindrome di decadimento ». (24)
Questa sindrome di decadimento si manifesta attraverso particolari orientamenti e spinge gli uomini a distruggere per amore della distruzione, e a odiare per odiare. In particolare essa trova origine e giustificazione nell'amore per la morte generato da una forma maligna di narcisismo, facilmente riconoscibile sia in Hitler che nei suoi adoratori più fanatici.
« Hitler è soltanto un esempio eminente di questa sindrome. Molti prosperano nella violenza, nell'odio, nel razzismo e nel nazionalismo narcisistico e sono affetti da questa sindrome. Essi sono i leaders o i '"veri credenti" della violenza, della guerra e della distruzione. Soltanto i più equilibrati e malati fra loro esprimeranno esplicitamente i loro veri fini, o persino se ne renderanno conto consapevolmente. Essi tenderanno a razionalizzare il loro orientamento in quanto amore del paese, dovere, onore, ecc. Ma quando le normali forme di vita sono crollate, come accade in una guerra internazionale o in una guerra civile, persone simili non hanno più bisogno di reprimere i loro desideri più profondi: essi canteranno gli inni dell'odio, verranno alla luce, e dispiegheranno tutte le loro energie nei momenti in cui possono servire la morte. Infatti, la guerra e un'atmosfera di violenza sono la situazione in cui la persona con "sindrome di decadimento" diviene pienamente sè stesso. Molto probabilmente la motivazione di questa sindrome agisce soltanto su una minoranza della popolazione. Eppure proprio il fatto che nè costoro, nè coloro che non sono motivati in tal senso, si rendano conto della effettiva motivazione li rende portatori pericolosi di un male contagioso, di una infezione di odio in epoca di conflitti, di lotte, di guerra calda e fredda». (25)
3. I principi pseudo-ideologici caratterizzanti: i miti come espressione della coscienza falsificatrice
Si è più volte rilevato come al pari di ogni cultura, anche i gruppi sottoculturali alternativi, si individuano attraverso particolari principi caratterizzanti. Uno di questi tratti si configura nell'ideologia che rappresenta il necessario supporto dell'azione individuale e di gruppo. Risulta quindi, quanto mai importante ai fini della comprensione del fenomeno nazi-fascista rivolgere una particolare attenzione al costrutto pseudo-ideologico che gli è proprio.
Da molte parti viene fatto osservare a ragione che, nel caso del nazi-fascismo è scorretto assimilare le volgari falsificazioni della realtà prodotte dal gruppo dominante, a delle compiute ideologie. Infatti ogni pensiero ideologico per quanto criticabile possa essere, ha una sua dignità perché contiene sempre qualche elemento di razionalità.
«Occorre cioè distinguere le vere ideologie, che hanno sempre uno sfondo teoretico e una visione del mondo etico-religiosa, dalle ideologie posticce di alcuni gruppi di potere che adoperano e combinano frammenti pseudoscientifici e pseudoreligiosi per mettere insieme una costruzione ideologica destinata solo agli usi e agli abusi della propaganda. Chi critica le ideologie come forme di falsa coscienza, non per questo confonde la "falsa coscienza" con la coscienza falsificatrice. La falsa coscienza è, o può essere, una coscienza priva di universalità adeguata, ma vissuta in buona fede. La coscienza falsificatrice diffonde, in malafede, menzogne e pregiudizi». (26)
Anche se è in dubbio che le teoriche nazi-fascistiche sono il frutto di una volontà falsificatrice, mi adeguerò come Altri hanno fatto, di usare ancora il concetto di ideologia per indicare le forme espresse di pensiero proprie delle retoriche regressive, nella quali «... non si rispecchiano forme dello spirito obiettivo... » ma che prendono forma «... come il risultato di una manipolazione e in quanto mero strumento di potere, del quale nessuno, e neppure i suoi portavoce, pensava veramente che potesse essere creduto o anche preso sui seno (...). Talora l'assurdità proposta sembra addirittura dover servire a misurare quel che è possibile far trangugiare all'uditore fintantoché gli si fa percepire, dietro le vuote frasi, il suono della minaccia o della promessa di una parte di bottino». (27)
Sempre facendo riferimento al nazi-fascismo tedesco, si può rilevare come l'ideologia prenda forma e assuma una certa organicità, una sua logica, attraverso i deliri sistematizzati di un singolo individuo che aveva assorbito, senza esercitare su di essi un benché minimo controllo critico, uno strano coacervo di principi irresponsabili professati da alcuni pensatori tedeschi dell'ottocento.
In sintesi si può riassumere la Weltanschauung hitleriana, proposta nell'opera Mein Kampf, fissando i seguenti punti fondamentali: glorificazione della guerra di aggressione e di conquista, potere assoluto dello Stato autoritario fondato sul Fuerer Prinzip, credenza che gli ariani, identificati con il popolo tedesco, fossero la razza superiore, destinata dalla storia e dal « destino» a esercitare un dominio incontrastato su tutti gli altri popoli: I'odio nei confronti degli slavi e degli ebrei; il disprezzo totale per tutte le forme di governo democratiche e per l'umanesimo.
Questi fondamenti dell'ideologia nazista non rappresentano idee originali di Hitler in (quanto rispecchiano, come si è già rilevato, la nefasta influenza di filosofi, storici, professori, eruditi ma sostanzialmente squilibrati, che avevano instillato nelle menti tedesche, molto prima della nascita di Hitler, quelli che si possono considerare i principi informatori del nazi-fascismo.
La cultura tedesca che si sviluppò ed affermò nel secolo diciannovesimo, parallelamente all'ascesa della Germania prussiana e che si protrasse nei periodi di Bismarck, Weimar ed Hitler, poggiava essenzialmente sul pensiero di Fichte, Hegel e, successivamente su quello di Treitschke, Nietzsche, Riccardo Wagner e di altre figure minori ma non meno significative. Mi riferisco in particolare al francese Joseph-Arthur de Gobineau, diplomatico e letterato e all'inglese Houston Steward Chamberlain.
Johann Gottlieb Fichte, nella prima decade dell'ottocento, pronunciò nelle aule dell'Università di Berlino i suoi famosi: «Discorsi alla nazione tedesca» contribuendo in modo determinante a porre le basi di quel movimento di pensiero che prese il nome di Romanticismo. Per Fichte sia i latini che gli ebrei erano da considerarsi delle razze decadenti. Soltanto i tedeschi, per le loro particolari attitudini, avevano il diritto e la capacità e il peso di condizionare la storia e, solo attraverso l'affermazione della nazione tedesca, era possibile sperare nell'avvento di un'epoca che avrebbe rispecchiato un ideale «ordine cosmico». In questa epoca nuova sarebbe sorta una èlite formata di uomini particolarmente dotati la quale, superato ogni freno di natura morale, sarebbe stata in grado di guidare la nazione tedesca alla propria affermazione.
George Willhelm Friedrich Hegel, la cui dialettica doveva in un momento successivo, ispirare Marx e Lenin, riconosce nello Stato e negli «eroi» che lo dirigono, un diritto supremo nei confronti dell'individuo che in esso deve costantemente riconoscersi e che ad esso deve sottomettersi. Hegel nega all'individuo la possibilità di raggiungere la felicità terrena: infatti egli afferma che « la storia universale non è il regno della felicità ». Egli glorifica la guerra riconoscendo ad essa la funzione di purificare l'umanità dall'infinità dei mali che si producono nei periodi di pace. Le norme e gli imperativi morali, tanto cari al senso comune, non devono in nessun caso contrastare la realizzazione di quelle opere promosse dallo Stato che assumono una portata storica e, le stesse norme morali non devono intralciare le azioni degli «eroi », cioè dei grandi uomini inviati dalla «Provvidenza» che hanno il compito superiore di realizzare la «volontà dello spirito universale».
Anche Heinrich von Treitschke, come Fichte ed Hegel, tenne i suoi corsi di filosofia presso l'Università di Berlino. Le sue lezioni erano seguite da un pubblico attento ed entusiasta, composto non soltanto da studenti, ma anche da ufficiali dello stato maggiore prussiano e da alti funzionari della burocrazia Junker. Come il suo predecessore, il Treitschke considera lo Stato come la massima realizzazione della nazione ma, con vigore molto maggiore egli afferma che la guerra è la più nobile e alta espressione dell'umanità e che la gloria guerriera è la base di tutte le virtù politiche tanto che la gloria militare prussiana può stare alla pari con le più alte espressioni dei poeti e dei pensatori.
Per il Treitschke « La guerra non è solamente una necessità pratica, ma anche una necessità teorica, un'esigenza logica. Il concetto di Stato implica quello di guerra, poiché l'essenza dello Stato è il potere... che la guerra possa essere per sempre bandita dal mondo, è una speranza non solo assurda ma anche profondamente immorale. Ciò porterebbe atrofia di molte forze essenziali e sublimi dell'anima umana... Un popolo che si attacca alla chimerica speranza della pace perpetua finisce irrimediabilmente per imputridire nel suo superbo isolamento...». (28)
Sia Hitler che gli altri creatori della Weltanschauung nazi-fascista attinsero a piene mani dalle opere di un altro pensatore tedesco del diciannovesimo secolo: il Nietzsche. Costui per moltissimi aspetti divergeva dalle opinioni di molti sciovinisti della sua epoca e considerava in termini poco lusinghieri sia Fichte che Hegel. Malgrado questa posizione personale egli fornì degli spunti ideologici che Hitler definì « preziosi e geniali » e che ispirarono molte pagine del suo libro Mein Kampf. Nietzsche concepì la società come una semplice impalcatura che non ha diritto di esistere di per sè stessa, ma che deve servire al realizzarsi di una razza eletta di uomini scelti che per mezzo di essa possono compiere i loro più alti doveri. Egli esaltò nel « superuomo », l'animale predatore senza scrupoli e inibizioni, il «magnifico bruto biondo, sfrenatamente avido di vittoria e di bottino». Riguardo la guerra, egli condivise l'opinione di molti altri filosofi del tempo e, nelle pagine di «Così parlò Zaratustra » egli ebbe a scrivere: « Dovete amare la pace come mezzo per una nuova guerra, e la pace breve più di quella lunga. Vi consiglio non di lavorare ma di combattere. Vi consiglio non la pace ma la vittoria... Voi sostenete che una buona causa giustifica la guerra? Io invece vi dico: è la buona guerra a santificare ogni causa. La guerra e il coraggio hanno compiuto azioni più grandi della carità ». (29)
Pur associandosi a Goethe nel valutare in termini negativi il popolo tedesco egli auspicò l'avvento di una razza superiore, audace che, calpestando ogni deteriore forma di democrazia e di parlamentarismo, doveva imporsi l'obiettivo di sovvertire tutti i valori basati sulla morale tradizionale per favorire la creazione di un tipo umano particolarmente potente, dotato di straordinarie qualità intellettuali e di volontà. Sia questo superuomo, che l'élite che lo sosteneva nella sua opera, dovevano diventare i signori di tutta la terra.
Risulterebbe però insufficiente, rifarsi solo ad alcune elaborazioni filosofiche dei pensatori che abbiamo ricordati, per cercare di ricostruire, anche se in misura approssimativa, i presupposti che sono serviti a costruire i fondamenti della ideologia nazi-fascista.
Gli ideologi del nazismo, in particolare, ricorsero ad alcune teorie filosofiche di ispirazione romantica, badando bene di ricuperare solo quei principi che potevano riuscire sicuramente utili allo scopo e, omettendo deliberatamente tutto ciò che potenzialmente poteva riuscire dannoso. Oltre ai filosofi nazionali, sullo spirito tedesco ebbero un eccezionale ascendente, come si è già affermato, due personaggi che, pur possedendo una notevole quantità di erudizione, dovevano passare alla storia per il contributo offerto alle teorie sulla razza. Queste teorie, che sul terreno scientifico sono state ampiamente smentite sia dalla biologia che dall'antropologia, trovarono vastissima eco nelle opere e nei discorsi di Hitler, di Rosenberg nonché dei razzisti nostrani. (30) Il conte Joseph Arthur de Gobineau fu un letterato reazionario che respinse radicalmente la filosofia egalitaria della Rivoluzione francese e avversò tenacemente l'etica della fratellanza umana ritenendola un'utopia ripugnante e irrealizzabile perché fondata sull'errato principio dell'eguaglianza di tutti gli uomini. Queste tesi vennero raccolte e propagandate dal Gobineau attraverso le pagine di un'opera ragguardevole (come numero di volumi). (31)
Per Gobineau, la razza era l'unico riferimento valido per comprendere lo sviluppo della civiltà: «Il problema razziale domina tutti gli altri problemi della storia (...) la disuguaglianza della razza basta a spiegare il meccanismo che regola il destino dei popoli. Ogni forma di civiltà deriva dalla razza bianca e, al vertice di essa si situa la razza ariana che è la più nobile in seno alla razza bianca», (...) Il tedesco di razza ariana è un essere fondamentalmente dominatore... Tutto quanto egli pensa, afferma e compie riveste quindi la più grande importanza».
Le assurde tesi di Gobineau, trovarono fedeli ed entusiasti seguaci non solo in Germania dove sorsero molte sedi della «Società Gobineau», ma anche nel sud degli Stati Uniti esse vennero giudicate positivamente. Persino alcuni antropologi americani, furono disposti a conferire il crisma scientifico alle infondate teorie del letterato francese.
Jean Finot, osserva che il Gobineau, nello scrivere il suo lungo saggio sull'ineguaglianza delle razze umane si proponeva di «...recare il proprio contributo alla grande lotta contro l'ineguaglianza e contro l'emancipazione del proletariato (...) egli riteneva utile opporre alle aspirazioni democraliche del suo tempo alcune considerazioni sull'esistenza delle caste naturali » che compongono il genere umano e sulla loro benefica necessità». (32)
Cinquant'anni più tardi, le fumose tesi di Gobineau furono ulteriormente rielaborate ed arricchite di nuovi pregiudizi dal genero di Wagner, l'intellettuale inglese Houston Stewart Chainberlain che si considerava tedesco di adozione.
Egli raccolse il frutto delle sue irrazionali elucubrazioni in un'opera che doveva poi favorire e stimolare le tendenze aberranti del razzismo nazi-fascista». (33) «Le basi del diciannovesimo secolo», ricalcano, accentuandole, le teorie sciovinistiche presenti nei fanatici fautori del pangermanesimo.
Non è il caso, in questa sede, di illustrare le dottrine razziste che fanno da sfondo a tutta l'opera e la vita di Chamberlain. Le sue idee non fanno che riflettere le tare della sua personalità: infatti gli storici sono generalmente concordi nel descriverlo ipersensibile, nevrotico e soggetto a frequenti crisi nervose. Basti, riguardo ai suoi scritti, ricordare l'autorevole giudizio emesso da John Oakesmith: «(Questo libro) è falso nelle teorie: ridicolmente impreciso nelle sue affermazioni: magniloquente e stravagante nello stile; insolente nei confronti dei critici e degli avversari (...). L'autore usa spesso le parole "menzogna" e "menzognero" parlando di altri, mentre pretende egli stesso di essere costituzionalmente incapace di mentire (...) è sempre un violento e volgare ciarlatano. Diciamo, e lo diciamo di proposito, che è l'unico autore che abbiamo letto alla cui opera potrebbe adeguatamente applicarsi la frase di Sidney Smith "gli intemperanti rutti di un ciabattino ubriaco" ». (34)
Mi sono sforzato di esporre in sintesi i più rilevanti contributi di ordine ideale prodottisi nel secolo XIX e nei primi decenni del XX che, non solo contribuirono in misura essenziale alla creazione della pseudo-ideologia nazista, ma che fornirono efficaci riferimenti culturali capaci di potenziare un particolare tipo di carattere nazionale.
Esiste però ancora un aspetto, di natura squisitamente culturale, che ebbe molto peso nel vivificare la barbara mitologia del nazismo. Si tratta del ricupero e della propaganda sapientemente organizzata dell'opera wagneriana che affonda le proprie radici nei miti più antichi e tradizionali del popolo tedesco. Benché Riccardo Wagner si sia prodotto anche nelle vesti dello scrittore politico, di chiara impostazione antisemita, la sua popolarità e soprattutto dovuta alla attività di musicista. Egli, nelle sue opere grandiose seppe evocare con rara maestria le antiche leggende eroiche tedesche: ridiede un volto ed una voce alle sanguinarie divinità pagane, ai suoi eroi. Ripropose i costumi tribali primitivi, esaltò il valore tragico del destino, sublimò ad un tempo la potenza dell'amore e la nobiltà della morte. Nella tetralogia l'Anello dei Nibelungi, che era ispirata alla sua grande epopea germanica: il Nibelungenliend. egli restituì alla Germania i suoi originari miti teutonici. Il mondo arcaico e magico di Sigfrido, Grimilde, Brunilde e Hagen, il mondo pagano e barbarico dei Nibelungi, mondo dominato dall'irrazionale e dalla violenza, che si annulla nel fuoco del Walhalla, assunse agli occhi di molti tedeschi un valore arcano ed esemplare.
Considerando il condizionamento prodotto dall'opera wagneriana sul popolo tedesco, appare straordinariamente opportuna l'osservazione di Ernst Cassirer che vede il carattere distintivo del pensiero mitico nel suo sostanziale fondamento emotivo:
« Il sostrato reale del mito non è un sostrato di pensiero ma di sentimento. Il mito e la religione primitiva non sono certo del tutto incoerenti, non sono interamente privi di senso e di ragione. Ma la loro coerenza proviene molto di più da un'unità sentimentale che da regole logiche. Questa unità è uno degli impulsi più forti e più profondi del pensiero primitivo ». (35)
L'affermazione del nazismo, inteso come sottocultura e l'accettazione supina dei suoi principi da parte di milioni di tedeschi, si può parzialmente comprendere se si tiene conto di queste valenze di carattere psicologico oltre che culturale.
La sottocultura nazi-fascista, riuscì a diventare per un certo periodo cultura dominante, solo perché riuscì a imporre con la violenza il silenzio degli avversari, soffocando nel sangue ogni principio di opposizione ed anche perché, dando ai tedeschi « ... una nuova mitologia, e facendo loro sentire che appartenevano a una "razza superiore", allo "Herrenvolk", Hitler li fornì di una Weltanschauung del tutto accettabile. Il fatto che le teorie sulla "razza" naziste costituissero la più ridicola e immorale mitologia che sia mai stata perpetrata attorno a un popolo, non impedì, come ben sappiamo, che questi miti funzionassero come se fossero perfettamente veri. (...) Tutti sappiamo fin troppo bene a quali orrori sia stato condotto il mondo dai temerari "Fuerer" delle nazioni dell'Asse; e non ignoriamo che la vanità "razziale e le rivendicazioni nazionali esasperate hanno potuto camuffarsi da religione nazionale e servire da pungolo all'uomo della strada per indurlo a seguire i suoi Fuerer" ovunque questi lo conducessero». (36)
4. Osservazioni conclusive
Non era nei miei intenti, produrre una analisi del fenomeno nazi-fascista che rispondesse a tutti gli interrogativi che l'antropologia culturale, sullo specifico argomento, è in grado di contribuire a chiarire. Esistono, ad esempio, gli imponenti processi di inculturazione che hanno avuto luogo all'interno della Germania e che hanno favorito in misura determinante l'affermazione dell'ideologia nazi-fascista. (37) La guerra di conquista, soprattutto nei paesi di lingua slava, dell'est europeo ha dato luogo a fenomeni molto complessi di deculturazione e di acculturazione che, per la loro rilevanza, meriterebbero un esame attento e particolare. Sarebbe altrettanto importante poter operare dei raffronti fra i vari tipi di fascismo: si potrebbe così avere un quadro più completo di come l'ideologia di base si è adattata alle diverse realtà sociali e culturali.
Tutti i problemi ricordati non possono, com'è comprensibile, venire sviluppati in un breve saggio. La mia preoccupazione era soprattutto quella di sviluppare alcune dimensioni di una ipotesi, secondo la quale, il nazi-fascismo e un tipo di risposta sottoculturale di natura regressiva, perché rappresenta il tentativo di privare l'uomo della propria libertà, prospettandogli soluzioni mitiche ai suoi problemi, facendolo per questo regredire alle forme più arcaiche dell'esperienza, per spingerlo ad essere nemico della vita, a riconoscere sè stesso nel male che, come ci fa osservare Erich Fromm, « ... è la perdita da parte dell'uomo di sè stesso nel tragico tentativo di sfuggire al peso della sua umanità». (38)
(continua)

Paolo Sibilla

da: La Cultura Popolare
1 Anno XLIV - Febbraio 1972
Rivista bimestrale dell’Unione Italiana della Cultura Popolare
Direzione e Amministrazione
20122 Milano - Via Francesco Daverio, 7


Note
(1) Cfr. Paolo Sibilla, Note di metodo antropologico: cultura e sottocultura, in La Cultura Popolare, anno XLIII -1971 n. 4-5, p. 201-209.
Paolo Sibilla, Note di metodo antropologico: la dimensione culturale dei gruppi comunitari, in La Cultura Popolare, anno XLIII - 1971 n. 6, p. 258-266.
(2) Albert K. Cohen, Delinquent Boys, The Culture of the Gang. The Free Press, Glencoe 1955; trad. it.: Ragazzi delinquenti, Feltrinelli, Milano 1963.
(3) A.K. Cohen, ibidem, p. 47.
(4) A.K. Cohen, ibidem, p. 47.
(5) A.K. Cohen, ibidem, p. 48.
(6) C. Tullio-Altan, Manuale di Antropologia Culturale, Bompiani, Milano 1971, p.p. 325-329.
(7) A.K. Cohen, ibidem, p. 48-49.
(8) Paolo Sibilla Note di metodo antropologico: la dimensione dei gruppi comunitari, in La Cultura Popolare. anno XLIII-1971. n. 6. p. 261-265.
(9) C. Tullio-Altan, op. cit., pag. 372-373.
(10) C. Tullio-Altan, ibidem, pag. 373-374.
(11) A questo priposito si consiglia di considerare Tanalisi condotta da Paul Goodman sui problemi di disadattamento delle classi giovanili nel sistema americano. P. Goodman. Growing Up Absurd. Problems of Youth in the Organized System, Randon House, Inc., 1964; trad. it.: La Gioventù assurda, Einaudi Torino, 1971.
(12) E. Sapir, Culture Genuine and Spurious, in: American Journal of Sociology, 29. 1924. pag. 401-429; trad. it.: Cultura e Pseudocultura,in: Antologia di Scienze Sociali,a cura di A. Pagani. Bologna 1960, Vol. II, pag. 283.
(13) C. Tullio-Altan, op. cit., pag. 374
(14) R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Laterza, bari 1971, pagg. 114-115.
(15) L'esigenza di una integrazione della storia con le scienze sociali é una questione delicata e da lungo tempo dibattuta. Allo stato attuale delle cose questo problema vissuto da molti come esigenza è ben lungi dall'essere risolto. Su questo argomento si é espresso in termini inequivocabili Lucien Goldmann che, trascurando il risvolto pratico del problema e le difficoltà che sono proprie di ogni discorso interdisciplinare, ha osservato: «Ogni fatto sociale é un fatto storico e viceversa. Storia e sociologia studiano quindi i medesimi fenomeni e, siccome entrambe ne colgono un aspetto reale, ciascuna di esse sarà in grado di darne solo un'immagine parziale e astratta fino a quando l'una non integrerà gli apporti dell'altra (...) Non si tratta... di unire i risultati ottenuti in sede di indagine sociologica o storica, ma di lasciar da parte ogni sociologia e ogni storia astratta per arrivare a una scienza concreta dei fatti umani, la quale non può essere altro che una sociologia storica o una storia sociologica».
L. Goklmann, Sciences Humaines et Philosoiphie, P.U.F. Paris 1952; trad. it.: Scienze umane e filosofia, Feltrinelli. Milano. 1961. p. 9.
(16) Vedi a questo proposito gli studi a carattere particolare proposti in sede bibliografica dal De Felice che si riferiscono al fascismo così come si è prodotto in: Austria, Belgio, Cecoslovacchia, Estonia, Finlandia, Francia, Inghilterra, Jugoslavia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Ungheria, Russia bianca, Argentina, Giappone. In particolare cfr. in AA. VV. I fascismi sconosciuti, Milano, 1969.
(17) Si consiglia la lettura dell'opera: A. Tasca. Nascita e avvento del fascismo, Laterza, Bari 1965, 2 Vol.
(18) Talcott Parsons Essays in Sociological Theory, The Free Press, Chicago 1954.: trad. it. ridotta, Società e dittatura, Il Mulino, Bologna 1956. p. 86.
(19) Talcott Pansons, op. cit. pag. 88.
(20) Eric Fromm osserva che: «il carattere sociale comprende solamente una selezione di tratti, il nucleo essenziale della struttura di carattere della maggior parte dei membri di un gruppo, sliluppatasi per effetto delle esperienze fondamentali e dal modo di vita comune di tale gruppo. Mentre ci saranno sempre "anormali" con la struttra di carattere totalmente diversa, le strutture di carattere della maggioranza dei membri del gruppo sono variazioni di questo gruppo, prodotto dai fattori accidentali della nascita e dalle diverse esperienze di vita degli individui (...)
II concetto di carattere sociale e un concetto-chiave per la comprensione del processo sociale. II carattere nel senso dinamico della psicologia analitica, è la forma specifica in cui l'energia umana viene modellata dall'adattamento dinamico delle esigenze umane al particolare modo di esistenza di una determinata società. A sua volta il carattere determina i pensieri, i sentimenti e le azioni desii individui ».
Eric Fromm, Escape from Freedom. Holt, Rinhart and Wineston, Inc. New York 1941: trad. it.: Fuga dalla libertà, Comunità, Milano 1968. pp. 223-224.
(21) Rimando a questo proposito, il lettore a considerare l'acuta analisi condotta da Erich Fromm, sulla psicologia del nazismo. cfr. Erich Fromm, op. cit., pp. 169-192
(22) Max Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr, Tugingen, 1922; trad. it.: Economia e Società, Comunità, Milano 1968, Due vol., vol. 1, pag. 238.
(23) C. Tullio-Altan, op. cit., pag. 376
(24) E. Fromm, The Heart of men it's genius for good and evil, Harper&Row, N.Y. 1964; trad. it.: Il cuore dell'uomo, la sua disposizione al bene e al male, Carabba, Roma, 1965.
(25) E. Fromm op. cit., pagg. 129-130.
(26) R. Cantoni, Illusione e pregiudizio, II Saggiatore, Milano 1967, pagg. 136-137.
(27) M. Horkheimer - T. W. Adorno (a cura di), Soziologische Exkurse Europaische Verlagsanstalt, Frankfurt aM. 1956; trad. it.: Lezioni di sociologia, Einaudi, Torino 1966, pag. 213
(28) Citato da: William L. Shirer,Storia del terzo Reich, Einaudi, Torino 1963, pag. 110.
(29) William L. Shirer, op. cit.: pag.112.
(30) Mi limitio a riportare i dieci punti che rappresentano il compendio del razzismo fascista italiano, così come sono stati riportati nella prima pagina di una rivista fondata a Roma nel 1938. « 1) Le razze umane esistono. 2) Esistono grandi razze e piccole razze. 3) II concetto di razza è puramente biologico. 4) La popolazione dell'Italia attuale è ariana. 5) La composizione razziale deil'Italia è immutata da un millennio. 6) Esiste oramai una pura razza Italiana. 7) La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico senza intenzioni filosofiche e religiose. 8) E' necessario fare una distinzione fra mediterranei, orientali e africani. 9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. 10) Nessun ibridismo deve contaminare la pura razza italiana». In: «La difesa della razza», Roma, anno V, n. 10, 20 marzo 1942. Di questa rivista figuravano: Direttore: Telesio Interlandi. Del comitato di redazione: Prof. dr. Guido Landra, prof. dr. Lidio Cipriani. Segretario di redazione: Giorgio Almirante.
(31) J. A. de Gobineau, Essai sur l'inegalité des races humaines, Paris 1853-1855, 4 Vol.
(32) Y. Finot: Race prejudice, Zetlin&Werbrugge, Los Angeles, 1944
(33) H. S. Chamberlain, The foundation of the nineteeth century, Lane, London, 1911
(34) Y. Oakesmith, Race and nationality, Einemann, London, 1919, pag. 58, citato da: M. F. A. Montagu, Man's most dangerous myth, The Fallacy of race, Harper&Briters, N.Y., 1952; trad. it.: La razza. Analisi di un mito, Einaudi, Torino, 1970, pag. 54, nota.
(35) E. Cassirer, An Essay on Man. An Inlroduction to a philosophy of Human culture, New Haven, London, Yale University press, 1944; trad. it.: Saggio sull'uomo, Milano, Longanesi, 1948, pagg. 124-125
(36) M. F. A. Montagu, op. cit. pagg. 56-58
(37) Desidero segnalare due opere che sviluppano gli argomenti ricordati. La prima di Ernst Nolte, è un saggio di storiografia filosofica che ha molti pregi; primo fra tutti, quello di veder impegnato l'Autore nella ricostruzione storica dello sviiuppo dei movimenti reazionari europei che dovevano portare succeissivamenle al fascismo italiano e spagnolo ed al nazismo tedesco. Altro pregio, non meno essenziale. è quello di analizzare, attraversio il metodo comparativo, gli sbocchi che i vari movimenti hanno avuto, fornendo contemporancamente un ricco corredo bibliografico. Il secondo saggio che desidero ricordare e dovuto ad un'altra studiosa tedesca: lldegard Brenner che, sulla base di fonti sicure, ha ricostruito la nascita, lo sviluppo, la funzione di una politica di cui i roghi di libri e l'emigrazione di massa degli intellettuali sono solo gli episodi più appariscenti. Il libro della Brenner è la storia del posto che i nazisti asassegnarono alle arti ed alla cultura nella instaurazione prima e nel consolidamento del « nuovo ordine» nella germania e nei paesi occupati. Ernst Nolte, Der Fascismus in seiner Epoche, Piper&Co, trad. it. I tre volti del fascismo. Sugar, Milano 1966, Mondadori. Verona 1971.
Ildegard Brenner. Die Kuntspolitik des Nationalsozialismus, Row Holt, Reinbech bei Hamburg, 1963; trad. it.: La politica culturale del nazismo, Laterza, Bari, 1965.
Nel mio scritto la dimensione economica e in particolare il problema del capitale finanziario e quello industriale in relazione alla politica imperialista del terzo Reich non è stato nemmeno accennato. Poiché ritengo che l'argomento meriti di essere preso in considerazione, ritengo opportuno segnalare un libro di Franz Neumann che si situa nella migliore tradizione delle scienze sociali tedesche. Come osserva Wright C. Mills, i| suo punto di vista può definirsi un punto di vista neo marxista reso più acuto dalle distinzioni weberiane e più profondo da una psichiatria sociologicamente orientata. è in virtù di un tale punto di vista che egli riesce ad innestarsi con grande sensibilità tanto ai grandi mutamenti di carattere strutturale quanto agli eventi della psiche umana.
Franz Neumann, Behemoth: The Srukture and pratice of national socialism, Oxford, un. press, 1941.
Vedi il commento fattone da Wright, C. Mills in: Politica e potere, Bompiani, Milano 1970, pagg. 221-231- Tit. Orig.: Power, politics and people, Oxford, Un press N.Y., 1963
(38) Erich Fromm The Heart of Men, its genius for good and evil, Harper&Row, N.Y., 1964; trad. it.: Il cuore dell'uomo. La sua disposizione al bene e al male, Carabba, Roma, 1965, pag. 178.


La situazione delle carceri nel nostro Paese è drammatica.
Alcuni recenti casi di morti "accidentali"
non fanno onore al nome dell'ITALIA.

Sollecitiamo la stampa nazionale a fare il proprio lavoro, dando conto delle notizie importanti davvero per la vita democratica e a tralasciare sproloqui degradati e degradanti indegni d'esser scritti e letti.

La vergogna non può prendere il sopravvento
sulla dignità del popolo italiano!


link al racconto di un fatto molto grave



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